Il 16 settembre 2026 la commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha deliberato di riferire favorevolmente sul disegno di legge n. 2628, la delega al Governo per la riforma della disciplina dell’ordinamento della professione di dottore commercialista e di esperto contabile. Presentato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, di concerto con la ministra del Lavoro Marina Calderone e la ministra dell’Università Anna Maria Bernini, il provvedimento ha ricevuto parere favorevole da tutte le commissioni consultate — Affari Costituzionali, Bilancio, Finanze, Cultura, Attività Produttive, Lavoro e Politiche UE — ed è ora atteso in aula, per poi proseguire il proprio iter al Senato.
Al di là del passaggio parlamentare, quello che il testo mette in moto è un cambiamento strutturale che riguarda da vicino una delle categorie professionali più numerose e influenti del Paese: quasi 120mila commercialisti, un albo che dal 2008 — anno della fusione tra dottori commercialisti e ragionieri — non aveva mai affrontato una revisione così ampia del proprio ordinamento.
Una professione in trasformazione, prima ancora della riforma
I numeri con cui la categoria arriva a questo appuntamento raccontano già una fase di cambiamento. Secondo l’ultimo Rapporto sull’Albo dei Dottori Commercialisti, pubblicato dalla Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti, a fine 2025 gli iscritti erano 119.050, in calo di 902 unità (-0,8%) rispetto all’anno precedente — un trend di contrazione in atto da alcuni anni, dovuto soprattutto a cancellazioni per motivi anagrafici. Parallelamente, il reddito professionale medio è salito a 87.376 euro (anno d’imposta 2024), con un incremento dell’8,3% sull’anno precedente. Il divario tra reddito medio e mediano (48.420 euro, pari al 55,4% del primo) segnala però una distribuzione ancora molto disomogenea all’interno della categoria, con differenze territoriali marcate — il reddito medio cresce di più al Sud (+8,8%) che al Nord (+8,2%), pur partendo da livelli assoluti inferiori.
Un quadro che lo stesso presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Elbano de Nuccio, aveva descritto in una precedente edizione del Rapporto come segnale di “resilienza” della professione, avvertendo però che il calo costante dei praticanti resta “un fattore di allarme importante” per il ricambio generazionale.
Cosa cambia davvero con la riforma
Il testo approvato in commissione interviene su diversi fronti, e alcuni dei cambiamenti previsti segnano una discontinuità netta rispetto all’impianto attuale.
Il primo riguarda il perimetro stesso della professione: la delega chiede di riorganizzare le attività riservate ai commercialisti, distinguendole con maggiore chiarezza da quelle di altre professioni regolamentate. Un emendamento approvato in commissione ha inoltre aggiunto l’ambito giuslavoristico tra i settori che connotano tipicamente la professione, accanto a quelli tributario, economico-aziendale, finanziario, societario e della crisi d’impresa — un ampliamento delle competenze riconosciute che potrebbe ridisegnare i confini di collaborazione (o di concorrenza) con altre categorie professionali.
Il secondo cambiamento riguarda le incompatibilità: la delega originaria chiedeva un semplice riordino della materia ma il testo uscito dalla commissione va oltre, imponendo di escludere le incompatibilità automatiche e di sostituirle con sistemi di controllo ex post — un’impostazione più liberale, coerente con i principi europei di proporzionalità nelle restrizioni all’accesso alle professioni regolamentate, richiamati anche dal parere della Commissione Politiche UE.
Sul fronte dei compensi, la riforma conferma la libertà di pattuizione tra le parti ma introduce esplicitamente il principio dell’equo compenso — un tema già oggetto della legge 49/2023 — accanto all’aggiornamento dei parametri ministeriali nei soli casi in cui questi siano già previsti dalla legge.
Ricambio generazionale e parità di genere negli organi di rappresentanza
Una parte consistente della delega riguarda la governance stessa della categoria. Viene chiesta una riduzione dell’anzianità di iscrizione necessaria per accedere alle cariche elettive di Consiglio nazionale e Ordini territoriali, esplicitamente motivata dalla necessità di “valorizzare l’equilibrio generazionale” — una risposta diretta al problema, più volte segnalato dagli stessi vertici della categoria, del calo dei praticanti e dell’invecchiamento della base associativa (gli over 60 restano oltre un quarto degli iscritti, pur in leggero calo).
Sul fronte della parità di genere, la delega impone ai regolamenti elettorali di garantire meccanismi di riequilibrio tra i sessi — quote di genere, doppia preferenza o alternanza in lista — in un momento in cui la componente femminile della professione è salita al 34% degli iscritti. Prevista anche l’introduzione del voto telematico a distanza per le elezioni degli organi professionali e mandati fissati a 4 anni con il limite di due consecutivi.
La novità che fa discutere: incompatibilità con le cariche politiche
Tra le modifiche introdotte in commissione, una in particolare segna una scelta di campo netta: diventerà causa di decadenza automatica dalla carica di consigliere (nazionale o territoriale) l’assunzione di cariche di governo nazionale, la presidenza di una Regione o Provincia autonoma, la presidenza di una provincia con oltre un milione di abitanti, o la carica di sindaco in un comune con più di 500mila abitanti. Una separazione esplicita tra rappresentanza professionale e responsabilità politiche di alto profilo, pensata evidentemente per prevenire sovrapposizioni di ruolo ai vertici della categoria.
Tirocinio più breve e specializzazioni sotto controllo
Sul fronte dell’accesso alla professione, la delega prevede la possibilità di svolgere il tirocinio durante il corso di studi universitari, per accorciare i tempi che separano la laurea dall’abilitazione — una misura che va nella direzione richiesta da tempo dai giovani professionisti, in un contesto in cui il numero dei praticanti è in calo strutturale. Parallelamente, viene aperta la strada a una disciplina organica delle specializzazioni per gli iscritti, ma con un vincolo aggiunto in Commissione per evitare la “moltiplicazione di sotto-albi o elenchi professionali autonomi” — un tentativo di regolare l’iper-specializzazione senza frammentare ulteriormente la professione.
Un tassello di una riforma più ampia
Il provvedimento sui commercialisti non è un caso isolato: si inserisce in una stagione di revisione degli ordinamenti professionali che, negli stessi giorni, ha visto anche gli ingegneri italiani, riuniti al loro Congresso nazionale a Trieste, chiedere l’approvazione di una riforma analoga — attualmente all’esame della Camera dopo il via libera del Senato — per aggiornare le proprie competenze su temi come l’intelligenza artificiale e la sicurezza delle infrastrutture critiche. Un segnale che il tema della modernizzazione degli ordini professionali italiani, fermi in molti casi a impianti normativi di decenni fa, è oggi al centro dell’agenda parlamentare su più fronti contemporaneamente.
Per i commercialisti la posta in gioco riguarda direttamente il modo in cui la loro attività quotidiana — dalla gestione fiscale delle imprese alla validazione di sistemi complessi — sarà regolata nei prossimi anni.

