Uno studio internazionale, con un forte contributo italiano, scopre una “firma batterica” che precede di anni i sintomi motori. La flora intestinale rivela chi è a rischio.

La lotta alla malattia di Parkinson segna un punto di svolta grazie alla scoperta che il “secondo cervello”, l’intestino, nasconde i segnali premonitori della patologia molto prima che tremo o rigidità facciano la loro comparsa. Uno studio rivoluzionario pubblicato su Nature Medicine — frutto della collaborazione tra University College London e i principali IRCCS italiani (Mondino di Pavia, Policlinico di Milano e Reggio Emilia) — apre la strada a un test delle feci per la diagnosi precoce.

I ricercatori hanno identificato una specifica composizione del microbioma che accomuna i pazienti già malati e gli individui sani ma geneticamente predisposti allo sviluppo della malattia.

I numeri della ricerca: una “firma” in 176 specie

Lo studio ha coinvolto 271 pazienti, 150 soggetti sani e 43 portatori della mutazione GBA1, una variante genetica che aumenta fino a 30 volte il rischio di ammalarsi pur restando asintomatici per anni. I dati emersi sono sorprendenti:

  • Differenze marcate: Oltre il 25% del microbiota (176 specie microbiche) varia significativamente tra persone con Parkinson e controlli sani.
  • Il profilo intermedio: Le persone ad alto rischio ma senza sintomi presentano un microbioma “di transizione”, a metà strada tra la salute e la malattia.
  • 142 specie comuni: La stragrande maggioranza dei batteri alterati nei malati è già presente in modo anomalo nei soggetti a rischio, suggerendo che l’intestino sia il primo campo di battaglia del Parkinson.

Dalla diagnosi alla prevenzione

“Per la prima volta abbiamo identificato batteri presenti sia nei malati che in chi è ad alto rischio genetico”, spiega Anthony Schapira, coordinatore dello studio. Questa scoperta non solo permetterà di creare test diagnostici non invasivi e precoci, ma apre uno scenario inedito: prevenire il Parkinson modificando la flora intestinale.

Agendo sulla dieta, sull’uso di probiotici mirati o su nuovi farmaci capaci di riequilibrare il microbiota, la medicina potrebbe essere in grado di rallentare o addirittura bloccare l’insorgenza della neurodegenerazione prima che questa colpisca il sistema nervoso centrale.

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