Nonostante un’inflazione cumulata del 18,5% tra il 2022 e il 2025, i redditi delle famiglie italiane hanno mantenuto il loro potere d’acquisto, grazie a una combinazione di crescita occupazionale e interventi pubblici compensativi.

È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, presentata oggi.

Secondo il report, nel periodo considerato i meccanismi automatici del fisco (il cosiddetto fiscal drag) e alcune erosioni delle prestazioni sociali hanno generato un drenaggio complessivo di circa 19,6 miliardi di euro, con un impatto negativo stimato del 2,5% sulla crescita del reddito disponibile.

Tuttavia, questo effetto è stato ampiamente compensato da due fattori: la crescita reale dei redditi legata all’aumento dell’occupazione (che ha contribuito per oltre 5 punti percentuali) e le misure fiscali e sociali adottate dal governo, che hanno immesso 31,3 miliardi di euro (+3,9% sul reddito disponibile). Nel complesso, per ogni euro sottratto dal fisco, ne sono rientrati circa 1,6 euro, con un saldo positivo di 11,7 miliardi.

«L’inflazione ha colpito duro, ma non ha prodotto una frattura irreversibile nei redditi delle famiglie», ha commentato il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. «Il sistema ha retto grazie a una combinazione virtuosa di lavoro, politiche fiscali e misure redistributive».

Il report evidenzia anche effetti distributivi positivi: le distanze tra fasce di reddito si sono ridotte. I redditi medi sono cresciuti più dei prezzi, quelli più bassi hanno tenuto il passo dell’inflazione, mentre quelli più alti sono rimasti leggermente al di sotto. Il ceto medio, in particolare, ha mostrato resilienza, contribuendo a una riduzione delle disuguaglianze.

L’analisi conclude che, pur rimanendo il fiscal drag un problema strutturale da affrontare, l’azione pubblica e la dinamica occupazionale degli ultimi anni hanno evitato un impoverimento diffuso, preservando la capacità di spesa delle famiglie italiane.

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