A Milano-Cortina 2026, lo skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych è stato squalificato per aver voluto gareggiare con un casco che ricordava gli atleti e gli allenatori ucraini uccisi dall’inizio dell’invasione russa. Sul casco erano raffigurati oltre venti membri della comunità sportiva ucraina, vittime della guerra, tra cui pattinatori artistici, biatleti, pugili, hockeisti, tuffatori, tiratori e danzatori.
Heraskevych aveva spiegato di non voler inviare un messaggio politico, ma semplicemente rendere omaggio ai compagni scomparsi. Nonostante l’offerta del Comitato Olimpico Internazionale di gareggiare con una fascia nera al braccio, l’atleta ha insistito per utilizzare il casco anche durante le gare. Il CIO ha ribadito l’applicazione della Regola 50 della Carta Olimpica, che vieta manifestazioni o propaganda sui campi di gara e sui podi, consentendo però espressioni solo in spazi mediatici o sui social.
Il caso è esploso pubblicamente dopo la diffusione di un video dell’atleta portabandiera della delegazione ucraina, che denunciava come il divieto gli impedisse di onorare gli amici e compagni di sport uccisi in guerra. Heraskevych ha annunciato l’intenzione di ricorrere al Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS), sostenendo che altri atleti avevano già utilizzato simboli simili senza conseguenze e che il suo gesto non costituiva violazione politica.
Tra i volti rappresentati sul casco ci sono il pattinatore artistico Dmytro Sharpar, il biatleta Yevhen Malyshev, la sollevatrice di pesi Alina Perehudova, il pugile Pavlo Ischenko, l’hockeista Oleksiy Loginov, l’attore e atleta Ivan Kononenko, il tuffatore e allenatore Mykyta Kozubenko, il tiratore Oleksiy Habarov e la danzatrice Daria Kurdel. Alcuni erano amici personali di Heraskevych e membri della famiglia olimpica ucraina.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha commentato il gesto, ringraziando l’atleta per aver ricordato “il prezzo della nostra lotta”, e criticando l’interpretazione del CIO come eccessivamente restrittiva. La vicenda mette in luce la tensione tra il desiderio del Comitato Olimpico Internazionale di mantenere neutrale lo sport e il diritto degli atleti provenienti da Paesi in conflitto di onorare la memoria dei propri connazionali.

