Al MAXXI L’Aquila la retrospettiva dell’artista dissidente cinese. Un dialogo potente tra le cicatrici del Sichuan e la rinascita della Capitale della Cultura 2026.

C’è un filo invisibile ma d’acciaio che unisce le macerie del Sichuan del 2008 ai cantieri di Santa Maria Paganica. Fino al 6 settembre 2026, il MAXXI L’Aquila ospita “Ai Weiwei: Aftershock”, una mostra che non è solo un’esposizione, ma un incontro tra due storie di resistenza e ricostruzione.

Nell’anno in cui L’Aquila brilla come Capitale Italiana della Cultura, il celebre artista e attivista cinese porta a Palazzo Ardinghelli settanta opere che ripercorrono cinque decenni di lotta, denuncia e ricerca della bellezza tra le crepe della storia.

Dall’acciaio del Sichuan ai pixel di Lego

Il cuore dell’allestimento è l’installazione Straight: tonnellate di tondini d’acciaio recuperati dalle scuole crollate nel terremoto cinese, raddrizzati a mano per ridare dignità alle vittime e denunciare la corruzione edilizia.

  • Il dialogo con la città: Dalle finestre del museo, Ai Weiwei osserva i ponteggi dell’Aquila riconoscendo lo “sforzo enorme” di una comunità che, proprio come lui, ha dovuto trasformare il trauma in nuova linfa vitale;
  • Geopolitica e attualità: Il percorso spazia dai primi lavori newyorkesi degli anni ’80 alle sculture prodotte in Ucraina nel 2025, passando per il racconto drammatico delle migrazioni e della prigionia subita dall’artista nel 2011;
  • Linguaggi contemporanei: Accanto ai materiali industriali, compaiono le celebri opere realizzate con i mattoncini Lego, utilizzati come pixel per ricostruire simboli e ferite del nostro tempo.

L’arte come responsabilità civile

Curata da Tim Marlow, la mostra trasforma Palazzo Ardinghelli — esso stesso simbolo di recupero post-sisma — in un corpo vivo. Ai Weiwei, nato a Pechino nel 1957, si conferma una figura capace di scuotere le coscienze, portando il visitatore a riflettere sul rapporto tra potere, censura e diritti umani.

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