La storia dei rapporti culturali tra l’Europa e la Cina è un tessuto ricchissimo, le cui trame più affascinanti sono spesso nascoste nei dettagli di vite straordinarie interamente dedicate alla comprensione dell’altro. Tra queste figure spicca, per originalità e profondità intellettuale, il gesuita francese Joseph-Marie Amiot (1718-1793).
Sbarcato a Pechino nel 1750, durante l’epoca d’oro della dinastia Qing sotto il regno dell’imperatore Qianlong, Amiot visse nella capitale imperiale per oltre quarant’anni, fino alla sua morte. Fu missionario, ma anche storico, traduttore, sinologo e, soprattutto, raffinato musicista. La sua opera rappresenta uno dei tentativi più riusciti e audaci di mediazione culturale attraverso il linguaggio universale della musica, un’eredità che oggi torna a parlarci grazie a un ambizioso progetto di recupero critico e performativo.
La riscoperta della sua produzione musicale sacra è ora al centro del volume con CD allegato intitolato Tra Cina ed Europa. La musica sacra del gesuita Joseph-Marie Amiot, curato dal musicologo Nicola Scaldaferri ed edito da Squilibri editore. L’iniziativa, promossa dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano, intende rinnovare al presente le motivazioni originarie di quel dialogo secolare, offrendo alla città di Milano un doppio appuntamento di rilievo scientifico e artistico il 22 e il 28 giugno 2026.
La musica come ponte: l’esperimento liturgico di Amiot
Durante la dinastia Qing, la corte imperiale di Pechino mostrava una viva curiosità per le scienze, le arti e la tecnologia europee, ma rimaneva profondamente radicata nelle proprie tradizioni rituali e musicali. In questo contesto, i gesuiti compresero che per instaurare un canale di comunicazione fecondo non era sufficiente importare la cultura occidentale, ma occorreva saperla tradurre e declinare secondo le sensibilità locali.
Amiot fu il primo europeo a comprendere a fondo la teoria musicale cinese, a cui dedicò nel 1779 il celebre trattato Mémoire sur la musique des Chinois, tant anciens que modernes. La sua intuizione più rivoluzionaria, tuttavia, fu sul piano pratico: la trasposizione su musiche e strumenti cinesi di preghiere, salmi e inni liturgici della tradizione cattolica.
Questa operazione non fu un semplice esercizio di stile, ma un vero e proprio atto di diplomazia culturale. Amiot prese i testi sacri cristiani e li rivestì di melodie cinesi, orchestrandoli per voci e per un ensemble di strumenti tradizionali della corte imperiale. Il risultato fu una sintesi inedita, in cui la sacralità occidentale incontrava l’estetica sonora d’Oriente, superando le barriere del dogma e offrendo una prova tangibile di come la diversità potesse generare armonia.
Il seminario all’Ambrosiana: decodificare il passato
Per approfondire la portata storica, musicologica e filosofica dell’opera di Amiot, il primo appuntamento è fissato per il 22 giugno 2026, dalle ore 15:00 alle ore 18:00, a Milano, presso la storica Biblioteca Ambrosiana (Sala delle Accademie, Piazza Pio XI 2).
Il seminario di studi vedrà la partecipazione di alcuni tra i più autorevoli storici e musicologi del panorama nazionale e internazionale. Tra i relatori figurano Elisa Giunipero dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Luca Pisano dell’Università degli Studi di Genova, Daniele Filippi dell’Università degli Studi di Torino, Robert Kendrick della University of Chicago ed Emilio Sala dell’Università degli Studi di Milano.
I lavori saranno aperti dai saluti istituzionali dei rappresentanti degli enti promotori, figure chiave per lo sviluppo delle relazioni interculturali sul territorio milanese: monsignore Alberto Rocca per la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Alessandra C. Lavagnino per l’Università degli Studi di Milano, Fu Haifeng per l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano e Liang Qing per l’Istituto Confucio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
A chiusura del seminario si terrà la presentazione, in anteprima nazionale, del volume Tra Cina ed Europa. In questa occasione, il curatore Nicola Scaldaferri e la musicista Shan Du illustreranno il complesso lavoro di ricerca e ricostruzione filologica che ha permesso di recuperare le partiture settecentesche del gesuita, ridando voce a manoscritti rimasti a lungo silenziosi.
Il concerto a San Fedele: la partitura prende vita
Se lo studio teorico è indispensabile per comprendere il contesto, è solo attraverso l’esecuzione dal vivo che la musica riacquista la sua reale forza comunicativa. Il secondo appuntamento si terrà il 28 giugno 2026, alle ore 16:30, presso la Chiesa di San Fedele a Milano.
In questo storico luogo di spiritualità e cultura, l’opera Musique sacrée di Amiot verrà eseguita dal vivo, negli arrangiamenti curati da Nicola Scaldaferri. I protagonisti della performance saranno:
- Il soprano Jing Tan;
- L’Ensemble Dong Xun / Passaggio ad Oriente, formazione che raccoglie i migliori musicisti cinesi residenti in Italia, sotto la direzione artistica di Shan Du;
- L’ITER Research Ensemble, gruppo vocale e di ricerca diretto dal maestro Giovanni Cestino.
L’accostamento della voce solista, del coro polifonico e dell’ensemble strumentale cinese (comprendente strumenti antichi come il guqin, il pipa o il dizi) restituirà l’esatta tavolozza timbrica immaginata da Amiot nel Settecento, offrendo all’ascoltatore contemporaneo un’esperienza d’ascolto di rara suggestione e di assoluta novità.
Un’urgenza del presente: la cultura contro la polarizzazione
La riscoperta della figura e dell’opera di Joseph-Marie Amiot non risponde soltanto a un interesse di carattere accademico o antiquario. Il progetto, promosso dall’Istituto Confucio della Statale in sinergia con la Cattolica, i dipartimenti universitari di Beni Culturali e di Lingue della Statale, la Fondazione Culturale San Fedele e la Biblioteca Ambrosiana, tocca un’esigenza profonda della nostra contemporaneità.
In un’epoca segnata da tensioni internazionali e dalla tentazione di guardare alle differenze culturali con diffidenza o ostilità, la vicenda di Amiot ricorda che la conoscenza reciproca è una via percorribile e feconda. Dimostra che l’incontro tra popoli non deve necessariamente passare per l’omologazione, ma può realizzarsi attraverso la valorizzazione delle rispettive specificità. La musica, oggi come nel Settecento, si conferma lo spazio ideale per esercitare questa attitudine all’ascolto e al rispetto dell’altro.

