Si conclude a ridosso del Natale l’ultimo grande appuntamento dell’Anno Santo: il Giubileo dedicato alle persone detenute. Avviato il 12 dicembre, l’evento rappresenta il sigillo finale del Giubileo 2025 e culmina oggi con la messa nella Basilica di San Pietro presieduta da Papa Leone XIV. Una scelta carica di significato, che porta il tema della privazione della libertà personale al centro del tempo natalizio, in piena coerenza con il filo conduttore del Giubileo, “Pellegrini di speranza: vivere e annunciare la misericordia”.

L’attenzione della Chiesa verso il mondo carcerario non nasce oggi. Fu Papa Francesco a imprimere una svolta decisiva, arrivando ad aprire una Porta Santa anche all’interno del carcere di Rebibbia, gesto simbolico di una misericordia che non conosce muri. Visitare i detenuti, del resto, è una delle opere di misericordia corporale e affonda le radici nella storia stessa del cristianesimo: persino san Pietro sperimentò la prigionia nel carcere Mamertino. Nel Novecento, poi, le visite dei Papi agli istituti di pena sono diventate una costante, da Giovanni XXIII fino a Giovanni Paolo II.

A Roma, per il Giubileo dei detenuti, sono arrivati oltre seimila pellegrini da novanta Paesi. L’Italia guida la lista delle presenze, ma numerose sono anche le delegazioni da Europa, America, Africa, Asia e Oceania. Accanto ai pellegrini, partecipano rappresentanze di diversi istituti penitenziari italiani, tra cui Rebibbia (maschile e femminile), il minorile di Casal del Marmo, e carceri di Brescia, Teramo, Pescara, Rieti, Varese, Forlì e Torino. Presenti anche gruppi organizzati dalla pastorale penitenziaria di Portogallo, Spagna, Malta e Cile, oltre a un numeroso contingente accompagnato dall’Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane.

Fondamentale il contributo del volontariato: associazioni e realtà impegnate quotidianamente negli istituti di pena hanno preso parte all’evento insieme a rappresentanti del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Un segno di una rete che, almeno in questa occasione, prova a unire istituzioni civili ed ecclesiali.

Ma il clima del Giubileo è stato attraversato da un’ombra pesante. La cronaca degli ultimi giorni ha riportato al centro l’emergenza carceraria: quattro morti in appena quarantotto ore. Una donna è deceduta per overdose nel carcere femminile di Rebibbia, mentre un’altra è stata ricoverata in ospedale; un uomo si è tolto la vita a Viterbo, un altro a Lecce. A questi si aggiunge il decesso di un quarantacinquenne di Formia, morto dopo mesi di coma in seguito a un violento pestaggio subito quando era detenuto a Rebibbia.

Numeri e storie che hanno spinto il Vaticano a rilanciare con forza l’appello a misure alternative alla detenzione. Monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha parlato di una situazione di sofferenza e perdita di dignità che non può essere ignorata, ricordando l’invito di Papa Francesco ad aprire, proprio nell’anno giubilare, a forme di clemenza come amnistia e liberazione.

L’allarme è stato condiviso anche dai garanti dei diritti delle persone private della libertà. In Italia, nel 2025, i decessi in carcere sono già 223, di cui 76 suicidi. Nel Lazio i morti sono 19, con un sovraffollamento che raggiunge il 149% e punte drammatiche del 177% a Viterbo. A Rebibbia femminile, 370 detenute occupano spazi pensati per 249 posti. Un quadro che alimenta accuse di immobilismo politico e richieste di interventi immediati, non rinviabili ai tempi lunghi dell’edilizia penitenziaria.

Il tema ha attraversato anche il dibattito istituzionale. Dopo l’ipotesi di un mini-indulto avanzata dal presidente del Senato Ignazio La Russa, poi accantonata, è arrivato il richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha definito “inaccettabili” alcune condizioni di detenzione e ha invitato a valorizzare il ruolo degli istituti di pena come luoghi di rinascita e futuro.

In questo contesto si inseriscono le parole del cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, intervenuto in collegamento all’evento politico Atreju. Il suo messaggio è stato netto: detenuti, malati e anziani condividono spesso la stessa sorte, quella di persone a cui la speranza viene negata. La Chiesa, ha spiegato, si sente parte di un’alleanza sociale necessaria per restituire dignità e prospettive a chi oggi non ne ha.

Così il Giubileo dei detenuti si chiude tra celebrazione e denuncia, tra fede e realtà. Un finale che non offre soluzioni immediate, ma lascia un messaggio chiaro: senza speranza, le mura delle carceri diventano ancora più alte. E l’Anno Santo, proprio nel suo ultimo atto, chiede che quelle mura inizino almeno a incrinarsi.

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