La Tunisia si prepara a un balzo storico nel mercato globale dell’olio d’oliva. La stagione 2025-2026, annunciata come una delle più abbondanti degli ultimi anni, potrebbe consentire al Paese nordafricano di diventare il secondo produttore mondiale, superando l’Italia e piazzandosi alle spalle della sola Spagna. A evidenziarlo è un’analisi del Financial Times, che stima un raccolto compreso tra 380 mila e 400 mila tonnellate, con proiezioni di settore che spingono il potenziale produttivo fino a quota 500 mila tonnellate.
Sul piano strutturale, la Tunisia può contare su un comparto olivicolo di dimensioni imponenti: circa 2 milioni di ettari coltivati e oltre 107 milioni di alberi. Una base produttiva che consente al Paese di beneficiare rapidamente delle annate favorevoli del ciclo alternante dell’olivo e di aumentare in modo significativo i volumi disponibili per l’export.
Resta però aperto il nodo del valore aggiunto. Gran parte dell’olio tunisino continua a essere esportato sfuso: secondo le stime, circa il 90% della produzione lascia il Paese senza essere imbottigliata, per poi essere miscelata o re-etichettata nei mercati di destinazione, in particolare in Europa. Limiti strutturali, difficoltà di accesso al credito e una filiera concentrata in poche mani frenano lo sviluppo di un vero e proprio marchio nazionale riconoscibile.
Nel frattempo Tunisi guarda ai mercati internazionali con una strategia più aggressiva. Sono stati annunciati negoziati con l’Unione europea per rafforzare il quadro giuridico bilaterale e aumentare fino a 100 mila tonnellate il contingente annuo di esportazioni di olio d’oliva. Parallelamente, il governo tunisino sta dialogando con gli Stati Uniti per una revisione dei dazi e con l’Indonesia, oltre a intensificare la promozione del prodotto in mercati emergenti come India, Giappone e Corea del Sud. Particolare attenzione è rivolta anche al Brasile, dove dal 2025 è entrata in vigore l’esenzione totale dai dazi sull’olio extra vergine.
I numeri delle esportazioni confermano una dinamica a due velocità. Nei primi undici mesi della campagna 2024-2025 le quantità esportate sono cresciute di oltre il 40%, ma i ricavi sono diminuiti a causa del calo dei prezzi medi. L’Unione europea resta il principale sbocco commerciale, seguita dal Nord America, con Spagna, Italia e Stati Uniti tra i maggiori importatori.
Proprio in Italia la crescita dell’olio tunisino accende il dibattito. Coldiretti e Unaprol parlano apertamente di “scelta suicida” nel caso di un ampliamento delle importazioni a dazio zero, denunciando il rischio di speculazioni e di un crollo dei prezzi riconosciuti agli agricoltori italiani. Secondo le organizzazioni agricole, l’aumento degli arrivi di olio tunisino avrebbe già contribuito a una riduzione superiore al 20% del valore dell’extravergine nazionale.
Il possibile sorpasso della Tunisia, dunque, non è solo una questione di classifica produttiva, ma un segnale forte delle trasformazioni in atto nel mercato globale dell’olio d’oliva. Una sfida che per l’Italia si gioca sempre più sul terreno della qualità, della tracciabilità e della valorizzazione del Made in Italy, in un contesto internazionale sempre più competitivo.

