Nel 2026 gli importi delle pensioni registrano un lieve incremento, legato al meccanismo della perequazione automatica che adegua gli assegni all’andamento dell’inflazione. L’aumento fissato dal governo è pari all’1,4%, un dato provvisorio che sarà confermato o eventualmente corretto dall’Istat a fine anno. L’adeguamento, però, non è uguale per tutti: cresce al diminuire dell’importo percepito e si riduce progressivamente per le pensioni più alte.
Quanto aumentano le pensioni
Secondo le stime, l’incremento massimo lordo può arrivare a circa 45 euro al mese. Un assegno da 1.000 euro sale a 1.014 euro, uno da 1.500 euro a circa 1.521 euro. Per una pensione da 2.600 euro l’aumento è di circa 36 euro, mentre per importi intorno ai 3.400 euro l’incremento si ferma intorno ai 45 euro. Gli importi indicati sono lordi e vanno poi ridotti tenendo conto di Irpef e detrazioni.
A chi spetta la rivalutazione piena
L’adeguamento integrale dell’1,4% riguarda le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo. Nel 2026 il minimo sale a 611,85 euro mensili, che diventano il riferimento per il calcolo degli scaglioni. Di conseguenza, la rivalutazione piena si applica agli assegni fino a 2.413,60 euro al mese.
Pensioni minime: aumento rafforzato
Chi percepisce la pensione minima beneficia di una maggiorazione dell’1,3%, che porta l’importo a 619,69 euro. Il governo ha inoltre annunciato un incremento medio di circa 20 euro mensili per oltre un milione di pensionati con assegni più bassi, una misura finanziata con circa 295 milioni di euro e che ha suscitato critiche sindacali per il suo carattere selettivo.
Rivalutazione ridotta per gli assegni più alti
Per le pensioni comprese tra quattro e cinque volte il minimo, l’adeguamento scende al 90%. Oltre questa soglia, la rivalutazione si ferma al 75%. Questo significa che, pur aumentando, gli assegni più elevati vedono un incremento percentualmente inferiore rispetto a quelli più bassi.
Meno vie per l’uscita anticipata
Il 2026 segna anche un ridimensionamento degli strumenti di pensionamento anticipato. Escono definitivamente di scena Quota 103 e Opzione Donna, entrambe non rifinanziate dalla Manovra. Resta invece attiva l’Ape sociale, destinata ai lavoratori impegnati in mansioni gravose, con requisiti leggermente più stringenti rispetto al passato.
Requisiti invariati nel 2026
Per quest’anno non cambiano i criteri per la pensione di vecchiaia, che resta fissata a 67 anni con almeno 20 anni di contributi. Rimangono invariati anche i requisiti per la pensione anticipata ordinaria: 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, con tre mesi di finestra mobile.
Dal 2027 si va in pensione più tardi
Dal prossimo anno scatterà invece l’adeguamento automatico legato all’aumento della speranza di vita. La pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese, mentre quella anticipata richiederà 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Se il trend demografico non cambierà, entro il 2034 l’età pensionabile potrebbe avvicinarsi ai 68 anni.
Il quadro che emerge è quello di un sistema più prudente: piccoli aumenti per difendere il potere d’acquisto nel breve periodo, ma regole sempre più rigide per l’uscita dal lavoro negli anni a venire.

