Si apre un nuovo fronte nel dibattito sul Decreto Sicurezza. A prendere posizione in modo netto è l’Unione Nazionale delle Camere Civili, che contesta una delle disposizioni più discusse del provvedimento: quella che prevede un compenso per gli avvocati coinvolti nei programmi di rimpatrio volontario assistito dei cittadini stranieri.
Una norma che, secondo l’avvocatura civilista, rischia di alterare profondamente il ruolo del difensore, introducendo un meccanismo che lega il compenso del legale all’esito del procedimento, cioè alla partenza dello straniero.
Il nodo: 615 euro e il conflitto di interessi
Il cuore della critica riguarda proprio questo punto: il compenso previsto – quantificato in circa 615 euro – verrebbe riconosciuto solo se il rimpatrio va a buon fine. Un meccanismo che, secondo le Camere Civili, introduce un conflitto di interessi strutturale.
“La norma inserisce il Consiglio Nazionale Forense tra i soggetti chiamati a collaborare ai programmi di rimpatrio e prevede la corresponsione ai rappresentanti legali di un compenso collegato alla partenza dello straniero”, si legge nel comunicato ufficiale. In altre parole, il legale verrebbe pagato non per la qualità della difesa ma per il risultato voluto dallo Stato.
“L’avvocato non è un ausiliario dell’amministrazione”
La posizione dell’Unione Nazionale delle Camere Civili è chiara e senza sfumature. “L’avvocato non può essere neppure indirettamente incentivato verso un determinato esito. Non è un ausiliario dell’amministrazione né un terminale delle politiche pubbliche: è il garante dei diritti della persona”.
Il punto, quindi, non è solo tecnico ma costituzionale. Il rischio evidenziato è che l’avvocato venga trasformato, anche solo indirettamente, in uno strumento dell’azione pubblica, perdendo la propria autonomia. Un passaggio che, secondo i civilisti, metterebbe in discussione uno dei pilastri dello Stato di diritto: l’indipendenza della difesa.
Il riferimento alla Costituzione
La critica si fonda su un preciso richiamo ai principi costituzionali, a partire dall’articolo 24 della Costituzione, che sancisce l’inviolabilità del diritto di difesa. Secondo l’analisi dell’Unione, il meccanismo previsto dal Decreto Sicurezza altera questo principio perché collega il compenso del difensore a un esito predeterminato.
“Si paga il legale se e solo se lo straniero se ne va. Si premia la resa del difensore agli obiettivi dell’esecutivo”, si legge nel documento. Una formulazione che rende evidente la preoccupazione: il difensore potrebbe essere spinto, anche inconsapevolmente, a orientare le scelte del proprio assistito verso il rimpatrio.
Fiducia e credibilità del sistema
Uno degli aspetti più delicati riguarda il rapporto di fiducia tra avvocato e assistito. “Come potrà il migrante fidarsi del proprio avvocato, sapendo che quest’ultimo viene remunerato solo se consiglia il rimpatrio?”, si chiedono le Camere Civili.
La questione va oltre il singolo caso. Tocca la credibilità complessiva del sistema giudiziario. “Quando si incrina l’indipendenza dell’avvocato, non si colpisce soltanto il migrante. Si colpisce la struttura stessa dello Stato di diritto”. Un passaggio che evidenzia la portata sistemica della norma.
Il rischio di una funzione “politica” della difesa
Il punto più critico, dal punto di vista dell’avvocatura, è il rischio che il difensore finisca per svolgere una funzione che non gli appartiene. Non più garante dei diritti, ma parte – anche indiretta – di una politica pubblica, in questo caso quella dei rimpatri.
“Un avvocato che viene pagato solo se il suo assistito sceglie ciò che il legislatore vuole è, tecnicamente e sostanzialmente, un agente dello Stato”, si legge nel documento. Una definizione che sintetizza il timore: lo spostamento del ruolo dell’avvocato dal diritto alla politica.
Discriminazione e diritto internazionale
Le critiche non si fermano al piano interno. L’Unione Nazionale delle Camere Civili evidenzia anche possibili profili di contrasto con il diritto internazionale ed europeo. In particolare, viene richiamato il principio di uguaglianza e il diritto a una difesa effettiva, previsti sia dalla Costituzione sia dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Secondo i civilisti, la norma creerebbe una discriminazione: al cittadino straniero irregolare verrebbe garantita una difesa “condizionata”, mentre per gli altri soggetti resterebbe pienamente indipendente.
Le richieste al Parlamento
Alla luce di queste criticità, l’Unione Nazionale delle Camere Civili ha avanzato richieste precise al Parlamento:
- la soppressione integrale della norma che lega il compenso all’esito del rimpatrio;
- il ripristino del pieno accesso al patrocinio a spese dello Stato per i cittadini stranieri;
- l’apertura di un confronto istituzionale con l’avvocatura;
- il rispetto degli obblighi internazionali in materia di asilo e tutela dei diritti umani.
Un dibattito destinato a crescere
Il caso si inserisce in un contesto più ampio di riforme che riguardano immigrazione, sicurezza e sistema giudiziario. Da un lato, l’esigenza dello Stato di gestire i flussi migratori con strumenti efficaci. Dall’altro, la necessità di garantire diritti e tutele, senza alterare gli equilibri fondamentali dello Stato di diritto.
La posizione dell’avvocatura civilista segna un punto fermo: il diritto di difesa non può essere subordinato a obiettivi politici e, soprattutto, non può essere “incentivato” in una direzione.
Perché, come ricordano le Camere Civili, “non è in gioco solo la sorte di migliaia di persone straniere. È in gioco la fiducia dei cittadini nella giustizia e nella possibilità di trovare, in un avvocato, qualcuno che stia davvero dalla loro parte”.
