La 52ª edizione del Forum Ambrosetti, che si è tenuta dal 4 al 6 settembre 2026 a Villa d’Este, ha visto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rivedere al rialzo le stime di crescita del PIL italiano. Un’occasione per fare il punto sui numeri reali dell’economia del Paese e sul confronto aperto tra governo e imprese

Ogni anno, nel primo weekend di settembre, Cernobbio diventa per tre giorni il punto d’incontro tra politica, finanza e imprenditoria italiana ed europea. La 52ª edizione del Forum di Cernobbio, organizzato da The European House – Ambrosetti a Villa d’Este dal 4 al 6 settembre 2026, ha seguito il consueto schema in tre tempi — il 4 settembre dedicato agli scenari globali, il 5 all’agenda europea, il 6 all’Italia — con la partecipazione di rappresentanti di sei governi, due commissari europei e un messaggio istituzionale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ma ciò che resta utile a poche settimane dalla prossima legge di bilancio sono i numeri e le posizioni emerse nella giornata conclusiva, quella dedicata al Paese.

La revisione al rialzo delle stime di crescita

Il dato più rilevante arriva dal ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che dal palco del Forum Ambrosetti ha fornito un aggiornamento sulle prospettive di crescita del PIL italiano per il 2026.

Il governo aveva costruito le proprie stime di inizio anno tenendo conto della guerra dei dazi, delle tensioni in Medio Oriente e di uno scenario internazionale fortemente incerto, indicando una crescita prudenziale dello 0,6%. A distanza di due trimestri, però, il quadro si è rivelato più solido del previsto: come ha spiegato lo stesso Giorgetti, «avevamo fatto valutazioni prudenziali per la crescita indicando lo 0,6%, per ora abbiamo acquisito lo 0,8%. Se le cose vanno come da indicatori potremmo avvicinarci all’1%, al di sopra delle previsioni contenute nei documenti programmatici».

Un dato che il ministro ha inquadrato anche in chiave di resilienza del sistema economico nazionale: «l’economia italiana si è dimostrata resiliente», ha sottolineato, spiegando che la crescita acquisita si regge su una domanda interna solida, con consumi finali nazionali e investimenti fissi lordi entrambi in aumento dello 0,3%, e un incremento del valore aggiunto nei servizi dello 0,4%.

Il confronto con le altre stime ufficiali

Il dato riportato da Giorgetti a Cernobbio si inserisce in un quadro previsivo che, nei mesi precedenti, era stato tracciato da più fonti ufficiali con numeri convergenti ma leggermente differenziati. L’Istat, nella sua Nota sull’andamento e le prospettive dell’economia italiana, aveva stimato una crescita del PIL dello 0,8% per il 2026, sostenuta quasi interamente dalla domanda interna al netto delle scorte, con un contributo negativo della domanda estera netta legato anche alle tensioni internazionali sui prezzi energetici. Sul fronte degli investimenti, l’istituto di statistica prevedeva per il 2026 un’accelerazione al +1,7%, trainata dalla fase finale di attuazione del PNRR e dal nuovo piano Transizione 5.0 — pur segnalando il nodo dei ritardi attuativi nell’utilizzo dei fondi.

Anche il rapporto di previsione del Centro Studi Confindustria aveva indicato una ripresa di slancio nel 2026, dopo un 2025 più debole, in un contesto reso complesso dall’incertezza sui dazi internazionali — che dal 2022 hanno portato a oltre 3.400 misure protezionistiche varate ogni anno nel mondo, quasi 3.000 in più rispetto al periodo pre-2020. Il rialzo comunicato a Cernobbio, dunque, non è un dato isolato ma la conferma — con margine di miglioramento — di una traiettoria che le principali fonti statistiche ed economiche italiane avevano già tracciato nei mesi precedenti.

Il nodo salari-investimenti

Accanto ai numeri, dal Forum è emerso anche un secondo elemento di sostanza: il confronto aperto tra governo e mondo imprenditoriale sul tema delle retribuzioni. Giorgetti ha voluto chiarire che la responsabilità di sostenere i salari non può ricadere solo sullo Stato: «Sul tema delle retribuzioni non ci può essere solo il governo, che può fare la sua parte in termini di incentivi fiscali e contributivi ma ci devono essere anche gli imprenditori, che devono vedere i salari come una delle prime forme di investimento per far ripartire il ciclo».

È una posizione che sposta l’attenzione da un tema spesso trattato solo in chiave assistenziale — il sostegno al potere d’acquisto — a una lettura più strutturale, in cui l’aumento delle retribuzioni viene presentato come leva di investimento produttivo, capace di alimentare i consumi e, di conseguenza, la crescita stessa. Un’impostazione che chiama in causa direttamente le imprese italiane, in un momento in cui — secondo i dati Istat — l’occupazione, misurata in unità di lavoro, continua a crescere più del PIL, con un tasso di disoccupazione atteso in ulteriore calo.

Sul fronte opposto del dibattito politico, dal Forum è arrivata anche la voce di Giuseppe Conte, che ha chiesto l’istituzione di un fondo nazionale di sviluppo — segnale di come, anche in un contesto di dati macroeconomici in miglioramento, il confronto politico sulle priorità di investimento resti aperto.

Perché conviene guardare a questi numeri

Per chi si occupa di impresa, pianificazione finanziaria o pubblica amministrazione, la revisione al rialzo delle stime di crescita comunicata a Cernobbio non è un dettaglio da cronaca economica: è un dato che entra direttamente nella costruzione della prossima legge di bilancio, attesa nelle prossime settimane, e che condiziona le aspettative su fisco, investimenti pubblici e margini di manovra del governo.

Allo stesso modo, l’invito esplicito del ministro dell’Economia alle imprese a considerare i salari come investimento segnala una direzione di policy che, nei prossimi mesi, potrebbe tradursi in nuovi strumenti di incentivo — fiscali o contributivi — legati proprio alla crescita retributiva.

Resta, sullo sfondo, il nodo strutturale che accompagna l’economia italiana da anni: una crescita che, pur in miglioramento, si muove ancora su ritmi contenuti rispetto alla media storica, sostenuta quasi interamente dalla domanda interna mentre l’export continua a scontare un contesto internazionale complicato da dazi e tensioni geopolitiche. È su questo equilibrio — tra segnali positivi di breve periodo e nodi strutturali di lungo periodo — che si giocherà buona parte del dibattito economico italiano nei prossimi mesi.

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