Sulla discussa intitolazione di una scuola a Sergio Ramelli a Nardò interviene Fabrizio Tatarella, vicepresidente della Fondazione Tatarella, principale istituto scientifico di riferimento della destra italiana. Un intervento che si inserisce nel dibattito acceso nato dopo le critiche espresse da CGIL e FLC CGIL di Lecce nei confronti della deliberazione approvata dalla giunta comunale.
Per Tatarella, l’intitolazione non solo è legittima ma assume un forte valore educativo, soprattutto a cinquant’anni dalla morte del giovane militante, avvenuta in uno dei periodi più drammatici della storia repubblicana.
“Giusto intitolare una scuola a Ramelli”
«Credo sia giusto e doveroso intitolare proprio una scuola a Sergio Ramelli a cinquant’anni dalla sua drammatica morte», afferma Tatarella, sottolineando come la vicenda di Ramelli nasca e si sviluppi proprio all’interno del contesto scolastico. Un elemento che, secondo il vicepresidente della Fondazione Tatarella, rende la scelta ancora più significativa.
Ramelli, ricorda Tatarella, fu inizialmente emarginato a scuola, poi aggredito e infine assassinato per un tema scritto durante un’attività scolastica. Una storia che, a suo avviso, deve essere ricordata non per alimentare divisioni, ma per trasmettere un monito chiaro alle nuove generazioni.
“Mai più etichettare o togliere dignità a uno studente”
Il cuore del messaggio di Tatarella è rivolto al mondo dell’istruzione. «Mai nessuno a scuola dovrebbe essere etichettato, privato della propria dignità o, peggio ancora, della vita, solo perché di destra», afferma. Un principio che, secondo la Fondazione Tatarella, va oltre le appartenenze politiche e riguarda il rispetto dei diritti fondamentali della persona.
In questa prospettiva, la memoria di Sergio Ramelli diventerebbe uno strumento per educare al pluralismo e al confronto civile, evitando che le scuole tornino a essere luoghi di discriminazione ideologica o di violenza.
Memoria e prevenzione della violenza politica
Secondo Tatarella, ricordare Ramelli significa anche fare i conti con una stagione storica segnata dall’odio politico, senza rimuoverla né banalizzarla. «Quella di Sergio è una storia da ricordare ogni giorno», spiega, «proprio perché negli ambienti scolastici non si verifichino mai più eventi che hanno segnato in modo negativo la storia della Repubblica italiana».
Una posizione che ribalta le accuse di strumentalizzazione politica, sostenendo invece che l’intitolazione possa rappresentare un atto di prevenzione culturale, utile a ribadire che la violenza non può mai essere una risposta alle idee, qualunque esse siano.
Il dibattito resta aperto
La presa di posizione di Tatarella contribuisce ad alimentare un confronto che va oltre il singolo caso di Nardò e tocca temi più ampi: il rapporto tra memoria storica, scuola e politica, il modo in cui le istituzioni scelgono di ricordare gli anni della violenza e il ruolo educativo dei luoghi pubblici.
Un dibattito destinato a proseguire, con visioni profondamente diverse sul significato e sull’opportunità di intitolare spazi scolastici a figure simboliche di una stagione ancora oggi oggetto di interpretazioni contrastanti.

