Il referendum sulla riforma della giustizia entra nella fase decisiva. Il governo punta a fissare la consultazione popolare per il 22 e il 23 marzo, una data che appare ormai la più probabile secondo fonti di maggioranza e confermata anche dal Guardasigilli Carlo Nordio. 

Manca soltanto l’ufficialità formale, attesa entro metà gennaio con il passaggio in Consiglio dei ministri.

La riforma sottoposta a referendum prevede, tra i punti centrali, la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, con la nascita di due Consigli superiori distinti, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici.

 Un cambiamento strutturale dell’ordinamento giudiziario che il governo considera essenziale per riequilibrare il sistema, mentre le opposizioni lo giudicano una forzatura dai riflessi profondi sull’autonomia della magistratura.

Perché il governo spinge per marzo

La scelta di marzo nasce da un’interpretazione “stretta” delle norme che regolano i referendum costituzionali. La legge prevede che la data venga fissata entro sessanta giorni dall’ordinanza della Cassazione che ha ammesso i quesiti referendari, avvenuta lo scorso 18 novembre. Da qui la finestra temporale che porta dritta alla seconda metà di marzo.

Da Palazzo Chigi la linea è chiara: muoversi “nei limiti previsti dalla legge”, evitando rinvii che potrebbero essere letti come un tentennamento politico su una riforma considerata identitaria per l’esecutivo.

Le opposizioni chiedono più tempo

Di segno opposto la posizione delle opposizioni, che parlano apertamente di accelerazione eccessiva. Secondo i partiti contrari alla riforma, una consultazione a marzo ridurrebbe drasticamente i tempi della campagna referendaria, comprimendo il dibattito pubblico su un tema complesso come l’assetto della giustizia.

Nel frattempo prosegue anche la raccolta di firme popolari promossa dal cosiddetto “comitato dei 15”, pronto – secondo quanto trapela – a presentare ricorso qualora il governo proceda a fissare la data prima della fine di gennaio. Il rischio di uno scontro istituzionale appare concreto.

Un referendum senza quorum

Un elemento decisivo distingue questa consultazione da molti referendum del passato: non sarà necessario raggiungere il quorum. Trattandosi di un referendum costituzionale, il risultato sarà valido indipendentemente dalla percentuale di affluenza. Un fattore che rende la partita ancora più rilevante e che spiega, in parte, la tensione politica attorno alla scelta della data.

In altre parole, chi vincerà lo farà senza l'”alibi” dell’astensione e questo spinge sia il governo sia le opposizioni a considerare il voto come un vero spartiacque sul futuro della giustizia italiana.

Uno scontro destinato a segnare la legislatura

Se confermate, le date del 22 e 23 marzo apriranno una campagna referendaria breve ma intensissima, destinata a polarizzare il dibattito pubblico. La separazione delle carriere, tema storico e mai risolto, torna così al centro della scena politica e istituzionale, con un esito che potrebbe incidere in modo duraturo sull’equilibrio tra poteri dello Stato.

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