Il futuro dell’ex Ilva di Taranto resta appeso a un filo. Il piano presentato dal governo ai sindacati prevede la realizzazione di un percorso di decarbonizzazione in quattro anni, con l’obiettivo dichiarato di fare dell’Italia il primo paese europeo a produrre solo acciaio green, garantendo nel frattempo la continuità produttiva. Tuttavia, dietro la promessa di un rilancio sostenibile, si nasconde una nuova pesante riorganizzazione che coinvolgerà circa 6 mila lavoratori in cassa integrazione.
Durante l’incontro al Ministero dello Sviluppo, presenti il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano e i ministri Adolfo Urso (Imprese) e Marina Calderone (Lavoro), il governo ha illustrato le linee strategiche del piano. Oltre ai colloqui già avviati con Bedrock Industries e Flacks Group, è emerso che è stato siglato un accordo di riservatezza con un terzo operatore estero, interessato ad accedere alla data room per una valutazione preliminare: secondo indiscrezioni de Il Sole 24 Ore, si tratterebbe della Qatar Steel.
Dal 15 novembre scatterà un nuovo piano operativo a “ciclo corto”, con la progressiva rimodulazione degli impianti. Dal 1° gennaio 2026 è previsto lo stop delle batterie di cokefazione n. 7, 8, 9 e 12, e la gestione di un solo altoforno per un periodo di circa venti giorni. Questo comporterà un incremento del ricorso alla cassa integrazione, che passerà dalle attuali 4.550 unità a 5.700 entro dicembre, fino ad arrivare a 6.000 lavoratori dal nuovo anno.
Per sostenere la transizione, il governo ha garantito, insieme alla Regione Puglia, la disponibilità immediata delle risorse finanziarie necessarie per la costruzione dell’impianto DRI (Direct Reduced Iron), cuore del processo di produzione dell’acciaio a basse emissioni. Inoltre, Palazzo Chigi si è impegnato a fornire all’impianto e alla centrale termoelettrica gas a prezzi competitivi tramite condotte terrestri.
La protesta dei sindacati: “È un piano di chiusura”
La risposta dei sindacati non si è fatta attendere. Fim, Fiom e Uilm hanno lasciato il tavolo definendo le proposte del governo “inaccettabili” e annunciando l’avvio di assemblee nei siti produttivi per informare i lavoratori e decidere le prossime mosse.
“Entro oggi uscirà il programma delle assemblee, ci stiamo organizzando sul da farsi”,
hanno dichiarato i segretari Ferdinando Uliano (Fim), Michele De Palma (Fiom) e Rocco Palombella (Uilm).
“Ci è stato presentato un piano di chiusura, non di rilancio. La vertenza è arrivata a un punto di non ritorno”.
Anche l’Usb ha espresso una posizione netta:
“Si parla di acciaio green, ma nei fatti si tratta di una gestione del declino che priva Taranto e il sistema siderurgico nazionale di qualsiasi prospettiva industriale. Senza un intervento diretto dello Stato, il piano è irricevibile”.
Prossime tappe e clima di tensione
Dopo lo sciopero nazionale del 16 ottobre, i sindacati si preparano a una nuova stagione di mobilitazioni. Oggi, alla Camera dei Deputati, il tema ex Ilva approda nel question time con un’interrogazione del deputato di Forza Italia Vito De Palma, che chiede al governo “quali iniziative urgenti intenda assumere per fronteggiare la grave crisi produttiva e occupazionale di Acciaierie d’Italia”.
Mentre si discute di acciaio green e investimenti futuri, a Taranto cresce la paura di un progressivo smantellamento industriale. Le fiamme degli altoforni si abbassano, ma non si spengono le tensioni sociali: i lavoratori temono che, dietro la promessa della transizione ecologica, si nasconda l’ennesimo capitolo di una crisi senza fine.

