Sarà Manfredonia a ospitare il primo dei due appuntamenti finali di ATLANTE – rotte artistiche per il presente, il progetto promosso da Puglia Culture in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro – Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica, volto a esplorare nuove visioni del contemporaneo attraverso formazione, dialogo e spettacoli di maestri internazionali.

Dopo un intenso mese di ottobre che ha portato a Bari un ricco programma di incontri, attività formative rivolte agli studenti universitari, percorsi di alta formazione per operatori dello spettacolo dal vivo e masterclass con due pilastri della scena teatrale mondiale, Eugenio Barba e Rafael Spregelburd, il percorso approda ora in Capitanata con uno degli spettacoli più attesi.

Il 10 dicembre, alle ore 20.30, il Teatro Lucio Dalla ospiterà Diciassette cavallini di Rafael Spregelburd, nell’ambito della stagione 2025_26 “respIRA” del Comune di Manfredonia – Bottega degli Apocrifi. L’appuntamento rappresenta il primo coronamento pubblico del progetto ATLANTE, dopo lo spettacolo di Barba Le nuvole di Amleto, andato in scena a Bari lo scorso 30 e 31 ottobre.

Un’opera visionaria tra mito, complessità e ironia

Spregelburd, tra gli autori più rappresentati e innovativi del teatro internazionale, porta a Manfredonia un lavoro che attraversa mito, filosofia e scrittura scenica non lineare. Diciassette cavallini prende avvio dal mito di Cassandra, diviso in due parti opposte:

  • L’Oracolo invertito, un primo tempo “apollineo” in cui una Cassandra contemporanea sostiene di prevedere sciagure future mentre il suo psicanalista tenta di confutarla;
  • I diciassette cavallini, secondo tempo “dionisiaco” che procede al contrario, dal futuro al passato, in una coreografia di 17 movimenti come i 17 soldati che, nel mito, emergono dal cavallo di Troia.

Il testo incarna pienamente la poetica di Spregelburd: una drammaturgia che rifiuta la consequenzialità lineare causa/effetto per abbracciare forme di causalità complessa, riflettendo la natura imprevedibile della vita contemporanea. La cosiddetta “catastrofe”, nelle sue opere, non è sinonimo di rovina, ma di assenza di causa, spazio fertile per nuove percezioni, domande e possibilità.

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