Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto otto giorni dopo, il 3 febbraio, lungo la strada tra Il Cairo e Alessandria. Aveva 28 anni. Sul suo corpo, abbandonato in un fosso alla periferia della capitale egiziana, furono riscontrati evidenti segni di tortura: bruciature di sigarette, ferite da taglio, fratture. Un delitto che da allora è diventato simbolo di una lunga battaglia per la verità e la giustizia, ancora incompiuta.

Giulio Regeni era originario di Fiumicello, in provincia di Udine. Fin da giovanissimo aveva mostrato una spiccata curiosità intellettuale e un forte impegno civile: tra i 12 e i 14 anni era stato sindaco dei ragazzi del suo Comune. Dopo il liceo classico “Petrarca” di Trieste, aveva lasciato l’Italia per proseguire gli studi all’estero, frequentando per tre anni il Collegio del Mondo Unito in New Mexico, negli Stati Uniti, grazie a una borsa di studio.

Il suo percorso accademico lo aveva poi portato nel Regno Unito: prima all’Università di Oxford, dove aveva conseguito una laurea in ambito umanistico, quindi a Cambridge, dove stava svolgendo un dottorato di ricerca. Proprio nell’ambito di questo percorso si trovava al Cairo, dove conduceva uno studio sulle associazioni sindacali egiziane e sull’economia locale, in un contesto politico segnato dalla repressione successiva alla rivoluzione del 2011.

Appassionato di Medio Oriente, Regeni parlava correntemente arabo e inglese ed era noto per il rigore delle sue ricerche. Nel 2012 e nel 2013 aveva vinto il concorso internazionale “Europa e giovani” per approfondimenti dedicati all’area mediorientale. Nonostante la vita cosmopolita, restava profondamente legato alla sua famiglia e al paese natale, dove vivono i genitori, Paola e Claudio, e la sorella Irene.

Accanto all’attività accademica, Giulio coltivava anche una forte passione per il giornalismo. Già durante gli anni negli Stati Uniti aveva iniziato a scrivere per il mensile triestino Konrad e, successivamente, aveva collaborato con diverse testate italiane e internazionali. Alcuni suoi articoli, firmati anche con lo pseudonimo di Antonio Druis e pubblicati dall’agenzia Nena e, dopo la sua morte, da il manifesto, raccontavano le difficoltà del mondo sindacale egiziano e le conseguenze della repressione politica.

A dieci anni di distanza, l’omicidio Regeni resta senza colpevoli condannati. È in corso a Roma un processo contro quattro alti ufficiali dei servizi segreti egiziani, accusati a vario titolo di sequestro di persona aggravato, lesioni gravissime e omicidio. L’assenza di una piena collaborazione da parte delle autorità egiziane e i ripetuti depistaggi hanno però rallentato il cammino giudiziario.

Il nome di Giulio Regeni continua a rappresentare una ferita aperta nella coscienza collettiva italiana e internazionale: la storia di un giovane studioso che ha pagato con la vita la ricerca della conoscenza e della verità. A dieci anni dalla sua scomparsa, la richiesta resta la stessa: sapere cosa è accaduto e ottenere giustizia.

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