Domenica 10 maggio si celebra la Festa della Mamma, una ricorrenza oggi diffusa in molti paesi ma nata, nella sua forma moderna, da una storia personale e civile legata ad Anna Jarvis, attivista statunitense considerata la promotrice del Mother’s Day contemporaneo.
L’origine della festa risale ai primi anni del Novecento. Anna Jarvis volle dedicare una giornata alla memoria della madre, Ann Reeves Jarvis, donna impegnata in attività di assistenza, educazione sanitaria e promozione della pace. Nel 1908 organizzò una commemorazione in una chiesa del West Virginia, dando avvio a una campagna perché la ricorrenza fosse riconosciuta ufficialmente.
Il riconoscimento arrivò nel 1914, quando negli Stati Uniti fu indicata la seconda domenica di maggio come giornata nazionale dedicata alle madri. Da quel momento la ricorrenza iniziò a diffondersi anche fuori dagli Stati Uniti, assumendo nel tempo forme diverse a seconda dei Paesi.
In Italia la Festa della Mamma si celebra oggi la seconda domenica di maggio. In passato la data non era sempre coincidente con quella attuale e per un periodo fu legata all’8 maggio, prima di stabilizzarsi nella collocazione mobile del calendario.
La storia di Anna Jarvis contiene però anche un aspetto meno noto. La stessa donna che si era battuta per istituire la festa finì per contestarne duramente la trasformazione commerciale. Non approvava l’uso della ricorrenza come occasione di consumo e si oppose alla vendita massiccia di fiori, biglietti e regali, ritenendo che quel giorno dovesse conservare un significato personale e sobrio.
La Festa della Mamma, dunque, nasce prima di tutto come gesto di riconoscenza e memoria, non come semplice appuntamento commerciale. Al centro resta il legame con la figura materna, intesa non solo nella dimensione familiare, ma anche nel suo ruolo sociale, educativo e affettivo.
A più di un secolo dalla sua istituzione, la ricorrenza continua a essere celebrata con modalità diverse: un fiore, una visita, una telefonata, un pensiero scritto o un momento condiviso. Il senso originario, però, resta quello immaginato da Anna Jarvis: fermarsi almeno un giorno per riconoscere il valore di chi si prende cura, spesso in silenzio, della vita degli altri.
