La Commissione Europea ha aperto un’indagine formale su Google per verificare se l’azienda stia rispettando gli obblighi previsti dal Digital Markets Act (DMA) in materia di accesso equo, ragionevole e non discriminatorio ai contenuti degli editori all’interno di Google Search.

Nel mirino di Bruxelles c’è in particolare la politica contro gli abusi della reputazione dei siti web, una linea interna di Google che – secondo la commissione – potrebbe penalizzare ingiustamente il posizionamento delle testate giornalistiche e dei media online.

Il problema: la politica antispam che colpisce anche gli editori

Da un monitoraggio condotto negli ultimi mesi, la commissione ha rilevato che Google tende a declassare nei risultati di ricerca i siti degli editori che includono al loro interno contenuti provenienti da partner commerciali come coupon digitali, codici promozionali o altre forme di inserzioni esterne.

Per Google, questa politica è pensata per contrastare tentativi di manipolare il ranking della ricerca e mantenere alta la qualità dei risultati. Per la commissione, invece, c’è il rischio concreto che tali meccanismi limitino la libertà degli editori di condurre attività economiche legittime, soprattutto quelle basate su forme di monetizzazione tradizionalmente diffuse nel settore.

Il portavoce della Commissione Europea, Thomas Regnier, ha spiegato che molte pratiche commerciali storiche – come l’uso dei coupon nelle pubblicazioni cartacee – sono state semplicemente traslate online, diventando parte dell’economia editoriale digitale. “Questi buoni sconto continuano a essere perfettamente legittimi. Se Google applica la sua politica antispam in modo non giustificato ai siti di notizie, il risultato è un declassamento dei contenuti, con perdita di visibilità e quindi di entrate”, ha dichiarato Regnier.

Secondo Bruxelles, Alphabet – la società madre di Google – deve trattare i contenuti degli editori in modo non discriminatorio, equo e ragionevole, proprio come stabilito dal Digital Markets Act. L’invito dell’UE è chiaro: “Google deve cooperare durante tutto il processo”.

Gli obiettivi dell’indagine

L’inchiesta avrà una durata massima di 12 mesi e, in questa fase, resta di natura preliminare. Gli investigatori vogliono capire se la politica in questione sia realmente finalizzata alla protezione dell’integrità del motore di ricerca o se, invece, possa configurare un abuso da parte di un gatekeeper, ovvero una delle grandi piattaforme digitali regolamentate dal DMA.

Al centro della valutazione ci sono tre aspetti:

  • la libertà commerciale degli editori;
  • la capacità dei media di innovare e diversificare le proprie entrate;
  • la possibilità di collaborare con fornitori terzi senza essere penalizzati da Google.

Nel caso emergano prove di non conformità, Alphabet potrebbe dover adottare misure correttive. Le sanzioni previste dal DMA sono molto severe: fino al 10% del fatturato globale, che può salire al 20% in caso di recidiva, e – nei casi estremi – la possibilità di imporre lo scorporo di alcuni servizi o attività.

Le reazioni: l’Italia appoggia l’iniziativa dell’UE

La decisione della commissione è stata accolta con favore dal governo italiano. Il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini, intervenuto a Città di Castello durante un evento del Corriere dell’Umbria, ha sottolineato l’importanza di vigilare sul ruolo degli over the top nel settore dell’informazione. “È essenziale che l’Europa verifichi se le grandi piattaforme garantiscono adeguata visibilità all’informazione professionale e di interesse pubblico”.

Un caso che tocca al cuore il futuro del giornalismo

L’indagine rappresenta uno dei dossier più delicati nell’attuazione del Digital Markets Act. In gioco non c’è solo la correttezza delle pratiche di Google, ma la sostenibilità economica dell’intero ecosistema dell’informazione online, sempre più dipendente dalla visibilità ottenuta attraverso i motori di ricerca.

L’Unione Europea, con questa iniziativa, intende ribadire che le piattaforme non possono esercitare un potere sproporzionato su chi produce contenuti di interesse pubblico, pena la compromissione della pluralità dell’informazione e della competitività degli editori.

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