Il sipario del Teatro Grande di Pompei si alzerà il 3, 4 e 5 luglio su una delle opere più complesse e spaventose del canone classico: Alcesti di Euripide, riletta attraverso lo sguardo del regista Filippo Dini. Un evento che non è solo teatro, ma una vera e propria meditazione sulla vita, sul sacrificio e sul mistero più insondabile di tutti: la morte.

Una produzione che, come spiega lo stesso Dini nelle sue note, nasce da un sentimento di timore reverenziale. «Accostarsi ad Alcesti di Euripide fa paura, perché significa accostarsi alla morte. Ad una morte inaccettabile, forse la più inaccettabile di tutte: la morte di una vittima sacrificale». È questa la premessa di un viaggio che costringe lo spettatore a confrontarsi con il valore inestimabile dell’esistenza, proprio perché messo di fronte alla sua fine.

Una tragedia “a lieto fine” che di lieto ha ben poco

L’opera di Euripide è un capolavoro di rottura, una macchina teatrale che scardina le convenzioni.

«Come Hitchcock farà un paio di millenni dopo in Psyco, Euripide fa morire la sua protagonista a metà del dramma», sottolinea Dini. La morte di Alcesti sembra chiudere la narrazione, ma l’arrivo di Eracle – «così goffo, così incerto, così grottesco, così fuori luogo e scandaloso» – riapre il racconto su un piano completamente nuovo, destabilizzando il pubblico al punto da non fargli più riconoscere i confini della tragedia.

Su questa struttura già di per sé rivoluzionaria, incombe un’ombra ineluttabile. «Alcesti fa paura perché su tutto, fin dal principio, […] incombe l’ombra di Ananke, la divinità che personifica il sistema di pensiero della tragedia antica: il nodo del fato che nessuno può sciogliere, nemmeno gli dei e che lega tutti a tutto».

Il ritorno dall’Ade e il silenzio del sacro

Il cuore pulsante e terrificante dell’opera, secondo la visione di Dini, è la storia di una donna che compie l’atto d’amore supremo e incomprensibile, scegliendo di morire al posto del marito, e che poi ritorna. «Alcesti fa paura perché è la storia di una donna che, spinta soltanto dalla furia beata del suo amore per il marito, sceglie di morire al suo posto e fa paura perché ritorna dall’Ade».

Questo ritorno non è una semplice restaurazione. La donna che riemerge dal regno dei morti non è più la stessa, ha attraversato un’esperienza indicibile. «La donna che torna da laggiù non è quella che è partita, ora questa Alcesti ha visto e fatto esperienza dell’orrore e della disperazione oltre ogni limite, quella che si ricongiunge al marito è l’essere più sacro e misterioso che si possa immaginare nella letteratura e nell’arte di tutti i tempi».

Una riflessione sul percorso della donna nella storia

In questo mistero, Dini legge una potente metafora della condizione femminile, ieri come oggi. La scelta di sacrificarsi e la capacità di ritornare dall’orrore diventano il simbolo di un percorso universale. «Penso alla tragedia di Euripide e non posso non pensare, oggi, al percorso della donna nella storia, dall’inizio dei tempi ad oggi, alla sua evoluzione, alle sue tragiche morti quotidiane, alla sua possibilità di tornare indietro dall’orrore e poter affrontare, finalmente, l’oggetto del suo infinito amore».

Alcesti, nella cornice archeologica di Pompei, si preannuncia quindi non come una semplice rappresentazione ma come un’esperienza trasformativa, un rito collettivo che ci interroga sul senso ultimo del sacrificio e sulla possibilità di rinascere dopo aver attraversato il buio.

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