Cosa resta a chi fa teatro se gli togli il palcoscenico? La domanda attraversa come un’eco le vite e le inquietudini di quattro attrici – venti, quaranta, sessanta e ottant’anni – e di un attore divorato da sé stesso, accompagnato da due spiriti guida, una capra e un bue, richiamati all’ordine dal Dio del Teatro. Sono i protagonisti di «James», il nuovo spettacolo di Licia Lanera, drammaturga, regista e attrice barese, più volte vincitrice del Premio Ubu e candidata anche quest’anno nella categoria testo non originale per l’adattamento di Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli.
Il debutto pugliese dello spettacolo è atteso sabato 6 dicembre alle ore 21 all’auditorium TaTÀ di Taranto, nell’ambito della stagione 2025-26 «Periferie» del Crest, sostenuta dalla Regione Puglia. Accanto a Lanera, autrice e regista, in scena ci saranno Monica Contini, Mino Decataldo, Danilo Giuva, Nina Martorana, Ermelinda Nasuto, Andrea Sicuro e Lucia Zotti. Luci di Max Tane, costumi di Angela Tomasicchio.
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Il teatro come vita, la vita senza teatro
Gli interpreti recitano, provano, falliscono, si interrogano sulla paura, l’amore, la maternità, l’eredità, l’arte e la morte. «È un ragionamento sul teatro che tutto ti dà, chiedendoti in cambio una sola cosa: la tua vita», spiega Lanera, che ha tratto ispirazione dal tempo sospeso della pandemia. «Mi sono fermata a guardare la mia vita senza teatro, e non ci ho trovato nulla». Da qui la domanda che attraversa tutto lo spettacolo: cos’è il palcoscenico, se non un luogo in cui “si gioca a far sul serio” per raggiungere la verità?
Tra echi di Kantor e una sottile comicità nera, James si presenta come un atto d’amore assoluto verso il teatro, un tentativo struggente di lasciare traccia, di comprendere come diventare immortali. Gli attori, impegnati nella prova di una nuova commedia, tornano ossessivamente sulle stesse scene, in un loop che confonde realtà e finzione, guidati dal Dio del Teatro e dai due enigmatici animali-spiriti, a metà tra daimon e domestici.
Chi è James?
Il titolo racchiude una storia personale. «James è un bambino dell’Uganda – racconta Lanera – che ho adottato a distanza tramite Save the Children durante la pandemia». In un periodo di immobilità forzata, quando per due anni il mondo del teatro si è trasformato in un mondo di “casalinghi”, l’artista ha dovuto confrontarsi con un’identità sospesa. «Alle soglie dei quaranta, senza un figlio, una famiglia, un hobby, mi sono sentita un fallimento di essere umano. Ho iniziato a interrogarmi sull’eredità, sull’immortalità. Chi prenderà i miei libri, le mie fossette quando rido?».
In quella fase, James diventa per Lanera un punto di appoggio emotivo: «Un balsamo, un totem su cui riversare tutto l’amore che avevo e che non riuscivo a dare. Sapevo che era un’assurdità, eppure…».
Una marionetta che porta la memoria
Dal 2021 la regista ha lavorato su questi temi con gruppi di attori di età diverse, condividendo interrogativi e visioni. Suggestionata dalle letture dedicate a Kantor e al suo concetto di marionetta, Lanera ha chiesto a Michela Marrazzi di costruire una marionetta di James a grandezza naturale. Solo un anno dopo è arrivato il testo, un viaggio nelle paure, nelle fragilità e nelle “micragnosità” che ci abitano.
«Questo è soprattutto un testo che parla di morte e immortalità, della voglia di lasciare qualcosa, di non scomparire», afferma l’autrice. «E alla fine arriva James, che dall’Africa ha il compito di raccogliere e calmare le nostre anime. Tutte le sere. Recita dopo recita».

