l messaggio di fine anno di Sergio Mattarella si apre con un richiamo forte e netto alla pace, definita non solo come assenza di guerra ma come “un modo di pensare e di vivere insieme agli altri”. Davanti alle devastazioni in Ucraina e a Gaza, alle case distrutte e ai civili lasciati al freddo, il Presidente non nasconde l’indignazione: è “ripugnante” il rifiuto di chi nega la pace perché si sente più forte. Un passaggio che si accompagna all’invito, ripreso dalle parole di Papa Leone XIV, a “disarmare le parole” e a superare ogni atteggiamento fatalistico di impotenza di fronte ai conflitti.

Il cuore del discorso è però dedicato agli ottant’anni della Repubblica italiana, un anniversario che Mattarella definisce uno spartiacque nella storia del Paese. Ottant’anni possono sembrare pochi nella prospettiva della lunga storia, ma rappresentano decenni di altissimo significato civile e democratico. Il Presidente richiama il “primo fotogramma” della Repubblica: il voto delle donne nel 1946, simbolo dell’unità del popolo e segno indelebile del carattere democratico del nuovo Stato, oltre che avvio di un percorso – ancora in corso – verso la piena parità.

Nel ripercorrere il cammino repubblicano, Mattarella richiama il ruolo centrale della Costituzione, che ha guidato il Paese attraverso trasformazioni profonde e difficili. Sanità, casa, lavoro, previdenza e informazione sono citati come pilastri di una democrazia che si è costruita nel tempo, tra conquiste e contraddizioni. In questo quadro, un passaggio significativo è dedicato alla cultura e al servizio pubblico: arte, cinema, letteratura e musica hanno contribuito in modo decisivo alla crescita dell’identità nazionale, così come il ruolo della Rai, indicata come garante del pluralismo e presupposto essenziale del coinvolgimento popolare attorno alle istituzioni repubblicane.

Il Presidente non dimentica le pagine più oscure della storia recente: gli anni del terrorismo, le stragi, i nomi e i volti delle vittime, magistrati, giornalisti, servitori dello Stato. Ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come simboli della legalità e della lotta alla mafia, esempi che continuano a parlare alle nuove generazioni. Anche nei momenti più bui, sottolinea Mattarella, l’Italia ha saputo resistere grazie alla forza delle istituzioni e all’unità delle forze politiche e sociali.

Accanto all’orgoglio per una “storia di successo nel mondo”, il capo dello Stato richiama con lucidità le fragilità ancora aperte: vecchie e nuove povertà, diseguaglianze, ingiustizie, corruzione, infedeltà fiscale e reati ambientali. Crepe che rischiano di minare la coesione sociale, definita come uno dei beni più preziosi della Repubblica, ma mai acquisito una volta per tutte.

Da qui l’appello all’impegno collettivo: la Repubblica è un bene comune che richiede responsabilità quotidiana, senza esenzioni. “Perché la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi”, afferma Mattarella, ricordando che diritti e doveri hanno senso solo se vissuti concretamente.

Il discorso si chiude con uno sguardo diretto ai giovani, veri destinatari del messaggio. A chi li descrive come distaccati o arrabbiati, il Presidente risponde con un invito chiaro: non rassegnarsi, essere esigenti e coraggiosi, scegliere il proprio futuro. Lo stesso spirito di responsabilità che animò la generazione del 1946 è chiamato oggi a guidare chi costruirà l’Italia dei prossimi decenni.

Con un augurio semplice e solenne, Mattarella saluta il Paese: fiducia nella democrazia, memoria condivisa e impegno comune come basi per affrontare il 2026.

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