Fino al 6 aprile 2026, la mostra “Diafanés” mette in relazione le membrane eteree di Scaccabarozzi con l’eredità visionaria di Mariano Fortuny. Un percorso tra pittura analitica, luce e percezione negli spazi storici di Palazzo Pesaro degli Orfei.

Il Museo Fortuny ospita una delle rassegne più raffinate della stagione lagunare: “Antonio Scaccabarozzi. Diafanés”. Il progetto espositivo, curato da Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, celebra la ricerca rigorosa di Scaccabarozzi (1936–2008), artista che ha saputo trasformare materiali industriali come il polietilene e l’acetato in poetiche “soglie” di luce.

La mostra non è solo una retrospettiva, ma un confronto strutturale tra due “tessitori” di forme: da un lato lo sperimentatore lombardo e dall’altro Mariano Fortuny, inventore della celebre plissettatura e rivoluzionario del costume.

Diafanés: l’opera come spazio di attraversamento

Il titolo della mostra rimanda alla qualità dei corpi che si lasciano attraversare dalla luce, un concetto che unisce le stratificazioni cromatiche di Scaccabarozzi alle atmosfere acquoree di Venezia.

  • Le membrane traslucide: Il percorso espone circa venti opere, tra cui i celebri Polietileni e le Banchise. Qui il supporto non è più una superficie passiva, ma una membrana viva che interagisce con l’architettura del palazzo e il movimento del visitatore.
  • Dialogo con il design: In mostra è presente anche una creazione della stilista Maria Calderara, che evidenzia il legame tra la ricerca dell’artista e la sensibilità del design contemporaneo.
  • Un progetto inclusivo: Grazie alla collaborazione con l’Istituto dei Ciechi di Milano, l’Archivio Scaccabarozzi ha realizzato un percorso accessibile anche a persone ipo e non vedenti, sottolineando la natura tattile e spaziale delle opere.

Scaccabarozzi e Venezia: un legame storico

Il ritorno di Scaccabarozzi a Venezia ha un forte valore simbolico. L’artista fu storicamente legato alla Galleria del Cavallino e al vivace milieu intellettuale veneziano del secondo dopoguerra. Le sue opere, con la loro mutevolezza e leggerezza, sembrano risuonare con la natura stessa della città, dove i confini tra aria, acqua e architettura si fanno spesso diafani e incerti.

Dalla matematica all’emozione

L’opera di Scaccabarozzi nasce da un approccio rigoroso, quasi matematico, per poi approdare a una dimensione lirica. A partire dagli anni Ottanta, l’uso del polietilene ha permesso all’artista di esplorare la “zona-limite” della pittura, dove la tensione tra l’oggetto e lo sguardo che lo attraversa genera una vitalità nuova, invitando lo spettatore a una contemplazione lenta e stratificata.

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