Il bonus mamma lavoratrice si conferma una delle misure centrali della legge di Bilancio in via di approvazione alla Camera. Un intervento che il governo presenta come sostegno concreto alle famiglie e, allo stesso tempo, come incentivo all’occupazione femminile, in un Paese che continua a registrare forti divari tra lavoro e maternità.
La platea delle beneficiarie è definita in modo preciso. Il bonus è destinato alle madri lavoratrici con almeno due figli, a condizione che il reddito Isee annuo non superi i 40 mila euro. Un ulteriore requisito riguarda l’età dei figli: il più piccolo non deve aver superato i 10 anni, soglia che sale a 18 anni nel caso di famiglie con tre o più figli.
Importi in aumento dal 2026
La misura viene rafforzata sul piano economico. A partire dal 2026, il contributo mensile passerà da 40 a 60 euro, rendendo il bonus più incisivo sul reddito disponibile delle famiglie. Non si tratta di cifre risolutive ma di un segnale politico chiaro: la maternità, soprattutto se accompagnata da un’attività lavorativa, viene riconosciuta come un valore da sostenere.
Dal punto di vista dei conti pubblici, il bonus mamma lavoratrice rappresenta uno degli interventi più rilevanti della manovra: vale da solo circa 630 milioni di euro.
Esoneri contributivi per le assunzioni
Accanto al bonus diretto, la legge di Bilancio introduce anche un incentivo per il mercato del lavoro. È previsto infatti un esonero contributivo fino a 24 mesi per le aziende che assumono lavoratrici con almeno tre figli. L’obiettivo è duplice: favorire la stabilità occupazionale delle madri e ridurre la diffidenza, spesso non dichiarata, delle imprese nei confronti di profili considerati “a rischio” per carichi familiari.
Congedi parentali e malattia dei figli: più tutele
Il pacchetto famiglia non si ferma al bonus economico. Tra le novità più rilevanti c’è l’ampliamento dei congedi parentali facoltativi, che potranno essere utilizzati fino ai 14 anni di età del figlio. Viene inoltre raddoppiato il numero di giorni di congedo per la malattia dei figli, che passa da 5 a 10 giorni.
Si tratta di misure che incidono sulla quotidianità delle famiglie, soprattutto di quelle in cui entrambi i genitori lavorano, e che mirano a ridurre il conflitto tra tempi di vita e tempi di lavoro.
Cambia l’Isee: più famiglie ammesse ai benefici
Un altro elemento chiave riguarda il ricalcolo dell’Isee, che viene rivisto in senso più favorevole per i nuclei familiari con figli. In particolare, sale il valore della prima casa che non viene considerato nel calcolo: da 52.500 euro a 91.500 euro, con una soglia che può arrivare fino a 120 mila euro per le famiglie residenti nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane.
Secondo le stime, questa modifica consentirà a circa 14 mila famiglie di rientrare nell’Assegno di inclusione, ampliando l’accesso alle misure di sostegno.
Un segnale, non la soluzione
Il bonus mamma lavoratrice e l’insieme delle misure collegate rappresentano un segnale politico importante, ma non risolutivo. Il sostegno economico resta limitato e non affronta in modo strutturale il nodo principale: la difficoltà di conciliare lavoro, maternità e servizi, soprattutto nel Mezzogiorno.
Resta però il fatto che, nella Manovra, la famiglia – e in particolare le madri lavoratrici – torna ad essere una priorità esplicita. La vera sfida sarà capire se a questi interventi seguiranno politiche di lungo periodo, capaci di incidere davvero su natalità, occupazione femminile e qualità del lavoro.

