Dal carcere di Rebibbia, dove è detenuto da quasi un anno, Gianni Alemanno, già sindaco di Roma ed ex membro di governo, affida alle parole un atto di accusa che intreccia cronaca, politica e coscienza civile. Lo fa nel giorno del Giubileo dei Detenuti, celebrato in Vaticano, commentando l’omelia di Papa Leone XIV, che – in continuità con Papa Francesco – ha chiesto ai governanti di valutare forme di amnistia o condono della pena come strumenti per restituire dignità, diritti e possibilità di rieducazione alle persone detenute.
Un appello netto, quello del Pontefice, che secondo Alemanno fotografa una realtà ormai fuori controllo: un sistema carcerario allo stremo, incapace di garantire condizioni minime di vivibilità e percorsi di reinserimento, come previsto dalla Costituzione.
Il nodo del sovraffollamento
Il dato più allarmante riguarda il sovraffollamento, che secondo Alemanno ha raggiunto quota 139%. Un livello che rende impossibile qualsiasi funzione rieducativa della pena. Celle sovraffollate, personale insufficiente, strutture obsolete: una combinazione che travolge ogni diritto, dalla salute alla sicurezza, dal lavoro alla formazione.
In questo contesto, anche l’Amministrazione Penitenziaria – già fragile – non riesce più a reggere l’urto. I progetti di recupero si fermano, la semplice gestione quotidiana diventa emergenza permanente.
Morti, suicidi e violenza: una scia che interroga lo Stato
Nel suo diario dal carcere, Alemanno ricorda come solo negli ultimi giorni siano morte quattro persone detenute: una donna per overdose a Rebibbia femminile, un suicidio a Viterbo, un decesso nel carcere di Lecce e il caso più grave e oscuro di Francesco V., morto dopo sei mesi di coma in seguito a un pestaggio subito a Rebibbia. Su quest’ultimo episodio, i familiari hanno presentato denuncia e la magistratura potrebbe aprire un fascicolo per omicidio.
Con questi casi, il numero dei suicidi in carcere nel 2025 sale a 77. Eventi diversi, ma legati – secondo Alemanno – da un unico filo: l’impossibilità di controllare migliaia di detenuti con un numero insufficiente di agenti di polizia penitenziaria.
Carceri che crollano, sanità che non risponde
Il quadro è aggravato dal degrado strutturale degli istituti. Dopo il crollo a Regina Coeli e i problemi irrisolti al riscaldamento di Rebibbia, anche San Vittore a Milano, con un sovraffollamento superiore al 200%, ha dovuto chiudere alcuni reparti per incendi causati probabilmente da cortocircuiti elettrici. Risultato: 250 posti in meno, mentre il cosiddetto “piano carceri” arretra invece di avanzare.
Gravissima anche la situazione sanitaria. Visite specialistiche annullate per mancanza di scorte, detenuti anziani senza cure adeguate, giovani con patologie serie mai diagnosticate, casi di scabbia in aumento senza possibilità di isolamento. Un sistema che, nei fatti, non riesce più a garantire il diritto alla salute.
L’assenza della politica al Giubileo dei Detenuti
A colpire Alemanno è anche un dato simbolico ma politicamente rilevante: l’assenza del ministro della Giustizia Carlo Nordio e dei vertici politici del dicastero alla celebrazione del Giubileo dei Detenuti in Vaticano. In prima fila solo i rappresentanti tecnici dell’Amministrazione Penitenziaria.
Un’assenza che viene letta come un segnale di rimozione del problema. «Il Papa parla al mondo intero di dignità e speranza – scrive Alemanno – e i responsabili politici italiani voltano lo sguardo altrove».
L’appello a Giorgia Meloni
Il diario si chiude con un appello diretto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Non uno scontro ideologico, ma un invito a uscire dalla contrapposizione tra “buonisti” e “manettari” per riconoscere quella che viene definita una catastrofe umanitaria.
Alemanno richiama il significato del Giubileo della Speranza, ricordando che la bolla giubilare si intitola La speranza non delude. Un monito che chiama in causa la responsabilità dello Stato e il senso stesso della pena in una democrazia liberale: punire senza disumanizzare, garantire sicurezza senza negare l’umanità.

