Un viaggio attraverso il tempo, le civiltà e le forme con cui l’essere umano ha provato a raccontare se stesso, il mondo e il mistero dell’esistenza. A Venezia, la Fondazione Giancarlo Ligabue inaugura le attività del nuovo Palazzo delle Arti e delle Culture con “Collecto”, una mostra che riunisce oltre 400 opere e reperti in un percorso dedicato alle radici comuni dell’umanità.
L’esposizione, allestita nella sede della Fondazione a Palazzo Erizzo-Ligabue, nasce a dieci anni dalla costituzione della Fondazione e propone un racconto ampio, sorprendente e trasversale, capace di mettere in dialogo reperti archeologici, testimonianze di culture lontane, manufatti antichi e opere d’arte contemporanea.
Il filo conduttore è l’idea che la storia dell’uomo non possa essere letta soltanto attraverso separazioni geografiche, culturali o temporali. Al contrario, “Collecto” invita a riconoscere ciò che unisce le civiltà: il bisogno di dare forma al sacro, di rappresentare la bellezza, di lasciare tracce, di interpretare la natura e di costruire memoria.
Il percorso prende simbolicamente avvio da un passato remotissimo, con un raro meteorite pallasite risalente a circa 4,5 miliardi di anni fa, una massa di ferro e nichel che ha viaggiato nello spazio prima di cadere sulla Terra. Da lì, il racconto si allarga alle origini della vita e della presenza umana, attraversando oltre 20mila anni di storia.
Tra i reperti esposti figurano un crinoide fossile del Giurassico inferiore e la cosiddetta Amigdala Ligabue, un’ascia in quarzite datata tra 1.200.000 e 600.000 anni fa, considerata tra i primi manufatti realizzati dall’essere umano. Oggetti che restituiscono il senso di una lunga continuità: dalla materia primordiale al gesto tecnico, dalla natura alla cultura.
Grande rilievo è dato alla cosiddetta biblioteca mesopotamica, composta da circa 250 reperti tra bassorilievi, statue, tavolette d’argilla e sigilli sumeri, assiri e siriani. Una sezione che racconta la rivoluzione della scrittura come passaggio decisivo nella storia dell’umanità: il momento in cui il pensiero, l’amministrazione, il mito e la memoria iniziano a fissarsi in segni destinati a superare il tempo.
Il dialogo tra epoche e linguaggi è uno degli elementi centrali della mostra. Accanto ai reperti antichi compaiono opere e testimonianze di periodi molto diversi, come uno dei globi celesti di Vincenzo Coronelli del 1698 o lavori contemporanei di artisti come Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso, Nino Vascellari, Arcangelo Sassolino ed Edmondo Bacci. Il risultato è un percorso che non procede per compartimenti chiusi, ma per risonanze, accostamenti e richiami.
Una sezione è dedicata agli idoli, provenienti da culture differenti e databili tra il 3900 e il 1880 a.C., simboli della relazione tra l’essere umano, il divino e l’invisibile. Altre aree guardano alle civiltà mesoamericane e sudamericane del cosiddetto Nuovo Mondo, con opere come la “Venere” policroma della cultura Chupicuaro, datata tra il 400 e il 100 a.C., e una maschera funebre Lambayeque del Perù, risalente al 1200 d.C.
Questi reperti dialogano con opere del Vecchio Mondo, tra cui una tela di Jacopo Amigoni della prima metà del Settecento, in un confronto che supera la semplice distinzione tra aree geografiche. La mostra suggerisce infatti che culture lontane abbiano spesso affrontato interrogativi simili: la nascita, la morte, il corpo, la bellezza, il potere, la spiritualità.
Il percorso prosegue con l’arte oceanica, dove il rapporto con il divino, gli antenati e gli spiriti assume forme plastiche e rituali di grande forza. A questa dimensione si affianca uno studiolo dedicato all’arte antica occidentale, con opere che spaziano da Ambrogio Lorenzetti alle caricature di Giandomenico Tiepolo, confermando la volontà di costruire una narrazione senza confini rigidi.
“Collecto” non è soltanto una mostra di oggetti rari o preziosi, ma un invito a ripensare il modo in cui si osserva la storia. In un presente spesso segnato da divisioni culturali, geografiche ed etniche, la Fondazione Ligabue propone una direzione diversa: mettere in relazione le differenze e leggerle come parte di una vicenda comune.
All’interno del progetto trova spazio anche una residenza d’artista, assegnata quest’anno a Marta Spagnoli, la cui ricerca lavora su archetipi e segni capaci di riaffiorare nel tempo. Una scelta coerente con lo spirito dell’esposizione, che guarda al passato non come a un archivio immobile, ma come a una materia ancora viva, capace di generare nuove forme e nuove domande.
La mostra è visitabile gratuitamente su prenotazione fino al 24 maggio, per poi riaprire da settembre a dicembre e successivamente nella primavera del 2027. Con “Collecto”, Venezia accoglie così un progetto che unisce archeologia, arte, antropologia e contemporaneità, restituendo al pubblico un racconto potente: quello di un’umanità plurale, diversa nelle forme ma profondamente legata da radici comuni.

