Inaugurata nello spazio AMIGDALAB la personale “HEAD”, curata da Gianluca Marziani. Tredici opere che sfidano i canoni estetici per esplorare un’umanità ancestrale e senza tempo.

Non semplici ritratti, ma “nuclei irradianti” di pensiero e sensi. Ha aperto i battenti lo scorso weekend a Roma, presso il nuovo spazio espositivo AMIGDALAB (via Tirso 76), la mostra personale di Luigi Bellinzoni dal titolo “HEAD – Sognogrammi d’Inchiostro fossile”.

L’esposizione, curata da Gianluca Marziani e visitabile fino al 3 maggio 2026, segna il ritorno sulla scena artistica di Bellinzoni dopo una lunga pausa riflessiva. Al centro del progetto ci sono tredici opere realizzate con inchiostro su carta di spessa cellulosa, che pongono la “testa” — e non il volto — come soggetto ossessivo e assoluto.

Oltre la fisiognomica: l’alieno che è in noi

Le opere di Bellinzoni colpiscono inizialmente per un impatto “disturbante”. Le teste emergono lentamente dal bianco del foglio, evocando lo smarrimento che si prova di fronte allo straniero o all’alieno. Eppure, come sottolinea il curatore Marziani, questi soggetti si pongono come “portatori di una bellezza non mediata”, che rifiuta i codici estetici dominanti per scavare in un’umanità ancestrale.

In queste grafiche, il tempo sembra farsi circolare: non c’è passato né futuro, ma solo la presenza monumentale di sguardi che osservano senza giudicare. “L’opera si configura come un luogo di tensione tra materia e spirito”, scrive Marziani, “dove corpo e anima sono parti inscindibili di un’unica struttura fragile”.

Dalla formazione londinese al ritorno a Roma

Nato a Roma ma formatosi artisticamente a Londra presso il Chelsea College of Art, Bellinzoni ha respirato l’aria dell’arte concettuale internazionale degli anni ’90, distaccandosi dalle tradizioni accademiche romane. La sua carriera è stata segnata da collaborazioni di prestigio, avendo lavorato come assistente presso la Galleria Bonomo e negli studi di maestri del calibro di Enzo Cucchi e Silvia Morera.

Oggi, la sua sperimentazione si concentra su movimenti minimi e scanditi, trasformando la “pelle” del disegno in un labirinto di segni informali, monocromie e astrazioni materiche. Il risultato è un’esperienza che non offre risposte preconfezionate, ma invita l’osservatore a un avvicinamento emotivo verso l’ignoto.

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