Potrebbe essere il 22 e 23 marzo 2026 la data del referendum sulla riforma della Giustizia. L’ipotesi dovrebbe essere formalizzata lunedì in Consiglio dei ministri, in linea con quanto previsto dalla normativa vigente che impone all’esecutivo di fissare la consultazione entro il 17 gennaio. La prospettiva, però, ha già aperto un confronto acceso con il comitato promotore della raccolta firme e con le forze di opposizione.

Il riferimento normativo è l’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, che stabilisce che il referendum venga indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza di ammissibilità da parte dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di cassazione, avvenuta lo scorso 18 novembre. La stessa legge prevede che il voto si tenga in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione.

Secondo il governo, questo quadro giuridico rende necessario assumere una decisione entro metà gennaio. Da qui l’orientamento a fissare già ora la data del voto, individuando nel 22 marzo una soluzione di equilibrio, dopo che era stata inizialmente valutata anche l’ipotesi del 1° marzo, poi accantonata.

Di diverso avviso il comitato di cittadini impegnato nella raccolta firme per una nuova richiesta di consultazione referendaria sulla Giustizia. Il termine per la raccolta scade il 30 gennaio e, a oggi, le firme raccolte sarebbero circa 265 mila, a fronte delle 500 mila necessarie. Secondo i promotori e le opposizioni, il governo dovrebbe attendere la fine del mese prima di fissare la data del referendum, per non comprimere i tempi e le possibilità di partecipazione. Il comitato ha già annunciato l’intenzione di presentare ricorso contro l’eventuale decisione dell’esecutivo.

Anche le forze di opposizione hanno espresso critiche sulla tempistica. La richiesta è quella di uno slittamento del voto, possibilmente oltre il periodo pasquale, per consentire una campagna informativa più ampia e approfondita. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno dichiarato il proprio sostegno ai comitati contrari alla riforma, parlando di una scelta che rischierebbe di limitare il confronto pubblico.

Dal fronte favorevole al referendum, invece, si sottolinea come la data del 22 marzo rappresenti comunque un allungamento rispetto alle ipotesi iniziali e garantisca un tempo adeguato per spiegare ai cittadini i contenuti della riforma. Resta aperta, intanto, la possibilità di una battaglia legale, che potrebbe portare la questione anche davanti alla Consulta.

La decisione del Consiglio dei ministri attesa nei prossimi giorni segnerà dunque un passaggio chiave, non solo per il calendario referendario, ma anche per il clima politico e istituzionale che accompagnerà il confronto sulla riforma della Giustizia.

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