Uno studio pubblicato su Neuron rivela che le immagini mentali attivano le aree associative superiori. Così la mente impara e pianifica senza bisogno dell’esperienza diretta. Immaginare non significa semplicemente “proiettare” nella mente un video di qualcosa che abbiamo già visto.

Secondo una ricerca d’avanguardia condotta dalla Northwestern University e pubblicata sulla prestigiosa rivista Neuron, l’immaginazione è un processo cognitivo molto più sofisticato di un banale replay sensoriale.

Lo studio, guidato dal neuroscienziato Rodrigo Braga, dimostra che quando visualizziamo qualcosa, il nostro cervello non riattiva le aree sensoriali primarie (quelle che usiamo per vedere o sentire davvero), ma attinge a reti cognitive di livello superiore.

Per decenni si è pensato che l’immaginazione fosse una sorta di “eco” della percezione: per immaginare un volto, il cervello avrebbe dovuto riattivare la corteccia visiva. La nuova ricerca, basata su oltre 60 ore di risonanza magnetica funzionale (fMRI) di precisione, ribalta questa teoria:

  • Reti espandibili: L’attività cerebrale durante l’immaginazione si concentra nelle aree associative, zone del cervello che si sono espanse enormemente nel corso dell’evoluzione umana rispetto ai nostri antenati.
  • Astrazione e sintesi: Queste aree non riproducono dati grezzi, ma operano in uno spazio olistico. Questo ci permette di manipolare concetti, simulare scenari futuri e speculare su possibilità astratte.

L’immaginazione non è un “lusso” creativo, ma uno strumento di sopravvivenza essenziale. Il coinvolgimento delle funzioni cognitive superiori permette al cervello di:

  1. Pianificare: Simulare azioni complesse prima di eseguirle, valutando i pro e i contro.
  2. Evitare pericoli: Prevedere le conseguenze di una situazione rischiosa senza doverne fare esperienza diretta (e potenzialmente fatale).
  3. Apprendimento rapido: Consolidare nuove competenze attraverso la pratica mentale, un fenomeno ben noto agli atleti e ai musicisti.

I ricercatori hanno scoperto che la vividezza delle immagini mentali è direttamente correlata alla forza delle connessioni tra queste reti di alto livello e le aree sensoriali. Più il dialogo tra “pensiero astratto” e “memoria sensoriale” è integrato, più l’immaginazione risulta realistica.

Questa scoperta apre nuove strade per comprendere disturbi come l’afantasia (l’incapacità di visualizzare immagini mentali) e suggerisce che l’immaginazione sia il vero motore che permette alla specie umana di svincolarsi dal “qui e ora” per costruire il proprio futuro.

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