Uno studio pubblicato su Nature Communications identifica la proteina responsabile del blocco della crescita assonale. Nei topi, la sua disattivazione ha permesso di ripristinare il movimento dopo gravi traumi.
La medicina rigenerativa segna un punto di svolta cruciale nella lotta alle paralisi e alle neuropatie.

Un team internazionale di ricercatori ha identificato il meccanismo molecolare che agisce come un vero e proprio “freno” biologico, impedendo ai neuroni di ripararsi dopo un trauma.
Lo studio, condotto presso il German Center for Neurodegenerative Diseases (DZNE), rivela che la chiave della rigenerazione risiede nella gestione dei microtubuli, l’impalcatura strutturale delle cellule nervose.
La scoperta si focalizza sulla proteina Cofilin, che in condizioni post-traumatiche agisce destabilizzando i filamenti di actina e bloccando la crescita degli assoni (le lunghe fibre che trasmettono i segnali elettrici). Quando i nervi vengono danneggiati, il corpo attiva questo segnale di stop che, se da un lato previene connessioni errate, dall’altro rende permanenti le disabilità. Disattivando geneticamente o chimicamente questo “freno”, i ricercatori sono riusciti a indurre una ricrescita vigorosa delle fibre nervose nei modelli murini.
I risultati ottenuti sui topi sono stati definiti sorprendenti: gli animali con lesioni al midollo spinale, trattati per rimuovere il blocco molecolare, hanno mostrato un significativo recupero della coordinazione motoria e della sensibilità. A differenza dei nervi periferici, che possiedono una limitata capacità intrinseca di guarire, il sistema nervoso centrale era finora considerato quasi del tutto incapace di rigenerarsi. Questa ricerca dimostra invece che il potenziale di crescita è presente, ma semplicemente “addormentato”.
La prospettiva terapeutica è ora quella di sviluppare farmaci in grado di mimare questo effetto sull’uomo. Sebbene la sperimentazione clinica richieda ancora tempo, la scoperta apre la strada a trattamenti innovativi per pazienti con lesioni midollari croniche o patologie neurodegenerative. Il prossimo passo dei ricercatori sarà verificare se la manipolazione di questo freno possa funzionare anche a distanza di anni dal trauma, offrendo una speranza concreta a chi convive da tempo con la perdita della funzionalità motoria.
