Con “I quattro presunti familiari”, Daniele Mencarelli costruisce un romanzo che vibra su più piani: narrativo, psicologico, sociale e simbolico. Un’opera che unisce il noir all’introspezione esistenziale, la cronaca alla metafisica, il mistero all’indagine sull’animo umano.

Il protagonista e voce narrante è l’appuntato dei carabinieri Circosta, trentenne in cerca di sé stesso e del senso del proprio ruolo nel mondo. Dopo aver sentito pronunciare la parola “metafisico”, si interroga sul suo significato, scoprendo che indica ciò che è essenziale, invisibile, ciò che rimanda a qualcosa che va oltre l’apparenza. Ed è proprio questa dimensione invisibile a permeare tutto il romanzo.

Circosta si ritrova a dover accudire per alcuni giorni quattro persone legate da un unico, terribile filo: l’attesa dell’identificazione di uno scheletro ritrovato in un bosco, forse appartenente a una delle tre donne scomparse vent’anni prima. I “quattro presunti familiari” sono anime ferite e sospese:

i coniugi Martelli, poveri e anziani, con la figlia Assunta scomparsa nel nulla;

Lucio Marini, giovane uomo segnato dalla perdita della madre tossicodipendente;

la signorina Parrino, donna elegante e sola, con la sorella Isabella svanita senza tracce.

Tutti vivono in una condizione di lutto incompiuto, in una sospensione emotiva permanente. L’attesa diventa così il vero protagonista del romanzo: un’attesa che logora, che consuma, che trasforma le persone in prigionieri del passato. La comparazione del DNA, che dovrebbe dare una risposta definitiva, diventa una sorta di “lotteria del dolore”, in cui ognuno spera di vincere per poter finalmente trovare pace.

Accanto a questa dimensione intimista, Mencarelli costruisce un noir potente e disturbante attraverso la vita quotidiana dei carabinieri nel commissariato di Latina. Il collega Liberati incarna la violenza cieca del potere: nostalgico, rabbioso, brutale con i più deboli, dalle prostitute ai piccoli delinquenti. Circosta, pur provando disagio, si lascia trascinare in una spirale di silenzi, complicità e paura.

Il punto di rottura arriva con un agguato violento sulla Pontina, che segna una svolta morale e narrativa. È qui che entra in scena il maresciallo Damasi, figura etica e fragile, che costringe Circosta a guardarsi dentro, a scegliere che uomo e che carabiniere vuole essere. Da quel momento il romanzo diventa anche una storia di responsabilità, coscienza e possibilità di riscatto.

Mencarelli costruisce personaggi vivi, imperfetti, segnati dal passato, incapaci di immaginare il futuro. Tossicodipendenza, disagio mentale, colpa, rabbia, solitudine, violenza istituzionale e fragilità emotiva convivono in una narrazione tesa, cupa, ma profondamente umana. La scrittura è intensa, lucida, mai compiaciuta, capace di rendere poetico anche il dolore più crudo.

“I quattro presunti familiari” non è solo un romanzo noir. È una riflessione sull’assenza, sull’identità, sulla colpa, sull’attesa come condizione esistenziale. È un libro che parla del male e del bene come forze intrecciate, della difficoltà di essere umani, della fatica di vivere, della necessità di scegliere chi essere.

Un romanzo che non consola, ma scava. Non rassicura, ma illumina. Non semplifica, ma rende complesso ciò che è umano.

Iscriviti alla newsletter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *