Oltre cento opere celebrano il legame cinquantennale tra l’artista spagnolo e la Capitale. Dai monumentali cicli pittorici in bianco e nero agli intimi acquerelli romani.

Roma non è solo una cornice, ma una compagna di vita per Pedro Cano. Il Casino dei Principi di Villa Torlonia ospita fino al 7 giugno 2026 la mostra “Pedro Cano. Siete e Roma”, un’esposizione che mette a nudo l’universo poetico del maestro murciano attraverso un dialogo tra impegno civile e contemplazione urbana.

Curata da Giorgio Pellegrini e promossa dalla Sovrintendenza Capitolina, la rassegna raccoglie oltre cento pezzi che raccontano mezzo secolo di permanenza dell’artista nella Città Eterna, luogo di elezione e fonte inesauribile di riflessione.

“Siete”: il corpo a corpo con la storia

Al primo piano del Casino dei Principi, l’atmosfera si fa densa e solenne con il ciclo “Siete”. Realizzato al compimento dei 75 anni dell’artista, questo corpus monumentale si articola in sette trittici in bianco e nero che affrontano i grandi temi dell’esistenza:

  • Le tematiche: Migrazione, lavoro, attesa e sofferenza sono i pilastri di una narrazione che non rinuncia però a mostrare la solidarietà e la dignità umana.
  • Lo stile: Figure a grandezza naturale, colte in gesti sospesi e posture essenziali, emergono dalla tela invitando lo spettatore a un confronto diretto con la vulnerabilità. L’assenza di colore concentra l’emozione sulla purezza del gesto e sulle relazioni silenziose tra i soggetti.

Roma: la luce e la memoria dei taccuini

Scendendo al piano terra, il registro cambia, diventando più intimo e luminoso. Qui sono esposti 48 acquerelli dedicati a Roma, molti dei quali inediti, che ritraggono la città tra vedute classiche e scorci catturati dalle finestre della sua casa vicino alle Terme di Diocleziano.

Pezzi pregiati dell’esposizione sono i taccuini di viaggio: sette quaderni originali carichi di appunti, schizzi e studi di luce. Questi “diari visivi” offrono al pubblico la possibilità di entrare nel laboratorio creativo di Cano, rivelando come l’architettura e la luce romana si siano stratificate nella sua memoria fino a diventare una sintesi artistica perfetta.

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