Dino Campana nasce nel 1885 e muore nel 1932, dopo un lungo internamento in un ospedale psichiatrico. Autore di un solo libro – perduto dagli intellettuali cui lo aveva affidato e poi riscritto ossessivamente a memoria – Campana fu considerato per anni un irregolare, un vagabondo dello spirito. La critica del tempo non riconobbe la grandezza della sua scrittura visionaria. Solo dopo la sua morte, la sua opera venne recuperata e assunta come una delle vette della poesia italiana del Novecento.
Ad aprire i Canti Orfici è La Notte, prosa poetica in cui si condensa la potenza immaginifica dell’autore. La Notte è divinità suprema dell’amore e del dolore: un territorio di smarrimento e rivelazione in cui il Poeta errante avanza in uno stato di trance, attraversando un orizzonte costellato di visioni, allucinazioni, scorci bizantini e cinematografie sentimentali.
Il viaggio mistico del Poeta Errante
Il cammino narrato da Campana è un pellegrinaggio mistico, un movimento circolare e ripetitivo. Il viaggio verso un’armonia primordiale è arduo e tragico. Le porte diventano soglie iniziatiche, le figure femminili sacerdotesse e oracoli, il sesso un rito di passaggio, il ricordo un’esperienza spirituale. Il passato è remoto, il tempo sospeso ma mai negato. Tutto scorre in un flusso eterno, pronto all’avvento del mito, eppure destinato a restare miraggio: sogno che non si compie, rivelazione sfiorata e subito dissolta.
La struttura del racconto procede come un montaggio cinematografico: un continuo andirivieni tra lo spazio reale e quello interiore. La lingua di Campana incanta perché accosta in un’unica immagine sensazioni diverse, come se volesse raggiungere una percezione totale. Le sue parole sono formule magiche, onde melodiche che spalancano stanze segrete e ci guidano dentro i labirinti metafisici della memoria.
La scena: un equilibrio fragile e necessario
Il lavoro portato in scena da Lorenzo Bartoli indaga la relazione con le impressioni sedimentate del ricordo e segue il poeta nel tentativo di comporre un cammino lineare sul filo spezzettato del tempo. Per sostenere una materia poetica così densa e, oggi, quasi impopolare, la compagnia sviluppa una sinergia di linguaggi diversi.
Sulla scena, un tulle nero accoglie in trasparenza le visioni; dietro, un microfono; oltre ancora, come in una grande lanterna magica, si dischiudono panorami spettrali di luci e ombre. L’attore diventa Poeta Errante. Il suono invade lo spazio, la parola aderisce alle immagini in un equilibrio fragile fra tutti gli elementi della composizione.
Un equilibrio scelto come necessario per accompagnare lo spettatore a un altro modo di sentire: inconscio, dissociato, profondamente immersivo. L’obiettivo è ambizioso: generare un’esperienza sinestetica capace di restituire, almeno in parte, la vertigine poetica dei Canti Orfici.

