Mina che saluta il suo pubblico dalla Bussola e il sogno di libertà di un gruppo di donne recluse che, grazie al teatro, tornano a immaginare un futuro possibile. È su questa doppia traiettoria emotiva che si muove Vorrei una voce, il nuovo spettacolo di Tindaro Granata con cui la compagnia Crest inaugura Periferie, la stagione 2024-25 sostenuta dalla Regione Puglia. L’appuntamento è per venerdì 21 novembre, alle ore 21, al TaTÀ di Taranto.

Al termine della rappresentazione, l’attore e regista incontrerà il pubblico nel foyer, intervistato dalla giornalista Marina Luzzi.

Al centro del lavoro di Granata c’è il sogno: una dimensione fragile, necessaria, che l’autore considera la vera materia prima della libertà umana. Lo spettacolo nasce dal lungo percorso teatrale condotto dall’artista siciliano al teatro Piccolo Shakespeare, all’interno della Casa Circondariale di Messina, con le detenute dell’area di alta sicurezza, nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare.

Ed è proprio lì che prende forma la riflessione che attraversa Vorrei una voce: cosa accade quando si smette di sognare?

«Ero un giovane uomo – racconta Granata – con un lavoro, una casa, una macchina, persone che mi amavano. Eppure avevo smesso di provare gioia. Non credevo più in nulla. Quando arrivò la telefonata di Daniela Ursino, direttore artistico del Piccolo Shakespeare, con la proposta di un progetto teatrale con le detenute “per farle rivivere, sognare, ritrovare una femminilità perduta”, capii, dopo averle incontrate, che erano come me. O forse io ero come loro: non sognavamo più. Guardandole mi sono sentito recluso da me stesso. Avevo dissipato il bene più prezioso: la libertà».

Da questa presa di coscienza nasce l’idea – semplice e potente – di rimettere in scena, con le detenute, l’ultimo live di Mina: il leggendario concerto di Bussoladomani, a Marina di Pietrasanta, del 23 agosto 1978. Un terreno comune, intimo e simbolico, in cui ognuna delle partecipanti poteva recuperare un frammento della propria storia attraverso due canzoni della Tigre di Cremona. Il canto in playback diventava così un varco: un modo per restituire voce a chi l’aveva perduta, per liberarsi da angosce, rimpianti, fallimenti.

«Interpretando Mina – prosegue Granata – loro ritrovavano una femminilità annullata, la libertà di far uscire l’anima e il corpo in un luogo che ogni giorno tende ad annullare tutto questo. E io, con loro, cercavo il senso di tutto quello che avevo fatto fino a quel momento».

Ma ciò che era nato dentro il carcere, spiega l’artista, doveva rimanere lì: non sarebbe stato giusto esporre quelle donne, né sottrarre loro l’esperienza compiuta. Così Vorrei una voce porta in scena un solo interprete: Granata, che si fa ponte, custode e voce di chi non può esserci fisicamente, ma attraversa ogni parola del monologo.

Il risultato è uno spettacolo che racconta, attraverso il filtro poetico della musica e del ricordo, storie di riscatto e desiderio. «È grazie a loro – confida Granata – che oggi racconto persone che dalla vita vogliono tutto: vogliono tornare ad amare la vita stessa, quella spinta irruente che ti permette di sopportare ogni fatica pur di realizzare un sogno».

Con Vorrei una voce il Crest inaugura una stagione che sceglie di partire dalle periferie dell’anima e della società, portando sul palco voci spesso dimenticate. Un inizio carico di umanità, memoria e speranza.

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