C’è un punto del libro in cui Renzo Arbore sembra affacciarsi sul proprio passato come da un balcone affollato di ricordi, e lascia che le storie vengano avanti da sole, con il passo lieve delle illuminazioni improvvise. È il cuore di questo volume-intervista in cui l’artista foggiano, guidato dalle domande di Andrea Scarpa, ricompone per la prima volta un autoritratto completo, sincero e sorprendentemente avventuroso.

“Ha visto gli Ufo. Ha vissuto come Robinson Crusoe. Ha consultato un mago. È stato sospettato di un omicidio. Ha rifiutato un ruolo da Pio XII.” Apre così la narrazione, come se l’esistenza di Arbore fosse una lunga collana di episodi che oscillano tra leggenda pop e vita reale. Ma a emergere, pagina dopo pagina, non è la bizzarria, bensì la coerenza di un uomo che ha attraversato sessant’anni di cultura italiana lasciando una scia inconfondibile.

Il dialogo con Scarpa procede fluido. Il ritmo è quello di una chiacchierata tra amici che però non rinuncia alla profondità di un’indagine sul carattere, sulla creatività, sul coraggio di rompere gli schemi. E Arbore, che ha rivoluzionato radio e televisione molto prima che l’innovazione diventasse un vezzo, non si limita a ricordare: interpreta, collega, racconta la nascita di intuizioni che oggi sembrano scolpite nella storia dello spettacolo.

Nel libro affiora così la geografia sentimentale dell’Italia del secondo Novecento: gli incontri con Benigni, Battisti, Nino Frassica, Luciano De Crescenzo, Fellini, Proietti, Monica Vitti, Gassman, Villaggio. Tessere di un mosaico che è anche il ritratto di un Paese in trasformazione, visto da chi ne ha frequentato i vertici creativi con discrezione rara e curiosità inesausta.

C’è poi l’Arbore musicista, quello dell’Orchestra Italiana, una delle scommesse artistiche più longeve e felici della sua carriera. Trent’anni di viaggi, di sale piene, di una tradizione napoletana rivisitata con eleganza e allegra solennità. E naturalmente il cinema, con due film diventati oggetti di culto grazie a un’energia visionaria senza equivalenti.

Il risultato è un libro che non si limita a raccontare un uomo, ma l’ecosistema culturale che l’ha circondato. Arbore appare in queste pagine come un esploratore del possibile, un costruttore di ponti tra epoche e linguaggi, capace di tenere insieme ironia, malinconia e una sorprendente lucidità.

Si esce dalla lettura con la sensazione di aver attraversato non solo una vita, ma un’intera stagione italiana. E con la certezza che, per Arbore, la realtà è sempre stata un territorio da reinventare. Un’autobiografia in forma di conversazione che regala non nostalgia, ma un contagioso desiderio di possibilità.

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