Il disegno di legge n. 2692 sulla riforma del condominio, a prima firma della deputata Elisabetta Gardini e sottoscritto da altri nove parlamentari, continua a far discutere. Se l’obiettivo dichiarato del provvedimento è quello di ridurre il contenzioso e professionalizzare la gestione degli edifici, dal fronte degli amministratori di condominio arriva una posizione fortemente critica, che mette in guardia su costi, oneri aggiuntivi e responsabilità crescenti.

A lanciare l’allarme è l’Anammi – Associazione nazional-europea amministratori d’immobili, una delle principali realtà di rappresentanza del settore, secondo cui la riforma rischia di produrre l’effetto opposto rispetto alle intenzioni del legislatore.

“Un’attività ancora più onerosa”

Secondo Anammi, il ddl non affronta in modo realistico le difficoltà quotidiane della gestione condominiale. Al contrario, appesantisce ulteriormente il ruolo dell’amministratore, già oggi gravato da obblighi normativi, fiscali e di sicurezza sempre più complessi.

«La riforma – sottolinea il presidente Giuseppe Bica – non farebbe che rendere ancora più onerosa l’attività degli amministratori, senza fornire soluzioni concrete ai problemi reali degli edifici e dei condòmini».

Il punto più contestato è l’introduzione di una seconda professionalità obbligatoria, come il revisore, nella gestione delle parti comuni e dei bilanci, soprattutto nei condomini di dimensioni medio-grandi. Una scelta che, secondo l’associazione, si tradurrebbe inevitabilmente in un aumento dei costi a carico dei cittadini.

Morosità in aumento, costi scaricati sui condòmini

Il contesto economico, evidenzia Anammi, è tutt’altro che favorevole. I dati interni dell’associazione parlano di un aumento della morosità di almeno il 20%, segnale di una difficoltà crescente per molte famiglie nel sostenere le spese condominiali.

«Inserire obblighi come la revisione dei bilanci – spiega Bica – rappresenta un costo pesantissimo che finirà per essere scaricato sui condòmini e, indirettamente, anche sui professionisti». In altre parole, il rischio è che una riforma pensata per migliorare la gestione finisca per aggravare le tensioni economiche all’interno degli edifici, alimentando proprio quel contenzioso che si vorrebbe ridurre.

Sicurezza: più poteri, ma anche più rischi penali

Un altro nodo critico riguarda il tema della sicurezza degli edifici. Già oggi, ricordano gli amministratori, il professionista può trovarsi coinvolto in procedimenti penali anche quando non dispone dei poteri o delle risorse necessarie per intervenire tempestivamente.

Il ddl, nel tentativo di superare questa distorsione, prevede di attribuire all’amministratore poteri più incisivi per la messa a norma degli impianti comuni. Una scelta che però, secondo Anammi, rischia di tradursi in un ulteriore carico di responsabilità, senza un adeguato riequilibrio delle tutele.

Il timore è che, anziché chiarire i confini delle responsabilità, la riforma finisca per esporre ancora di più l’amministratore sul piano civile e penale, in un contesto dove le decisioni dell’assemblea e la disponibilità economica dei condòmini restano fattori decisivi.

Una riforma da correggere

La posizione dell’Anammi non è di chiusura ideologica, ma di richiesta di modifica. L’associazione chiede al Parlamento di rivedere il testo, introducendo misure che tengano conto della sostenibilità economica per i cittadini e della reale operatività degli amministratori.

Il confronto resta aperto. Da un lato, il legislatore punta a ridurre il peso del contenzioso che ingolfa i tribunali; dall’altro, chi ogni giorno gestisce i condomini teme che la riforma, così com’è, finisca per aumentare i costi e le responsabilità, senza incidere sulle cause strutturali dei conflitti.

Il passaggio parlamentare dirà se il ddl saprà trovare un punto di equilibrio tra professionalizzazione, tutela dei condòmini e sostenibilità di un settore che gestisce una parte rilevante del patrimonio immobiliare italiano.

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