È davvero la fine dell’incubo. Quell’augurio pronunciato mesi fa, quasi sottovoce e in dialetto, oggi suona come una promessa mantenuta. «Ti auguro presto di tornare sul Listòn», gli aveva detto nello stanzino del carcere di El Rodeo 1 l’ambasciatore italiano a Caracas Giovanni Umberto De Vito, veronese, scegliendo il veneto per rompere il ghiaccio con Alberto Trentini, veneziano del Lido, detenuto senza spiegazioni dal 15 novembre 2024. Ora quel sogno ha finalmente preso forma: Alberto è libero.

Il Listòn, la passeggiata simbolo di piazza San Marco, è molto più di un luogo. È libertà, normalità, casa. Un’immagine che ha accompagnato Trentini nei mesi più duri della sua reclusione.
Il primo incontro in carcere tra il cooperante e l’ambasciatore risale al 23 settembre, seguito da un secondo colloquio due mesi dopo. Con loro c’era anche l’imprenditore torinese Mario Burlò, anche lui in attesa di sviluppi dopo la decisione del governo venezuelano di aprire le porte delle celle a diversi detenuti stranieri. «Io e lui abbiamo familiarizzato molto durante l’ora d’aria quotidiana», aveva raccontato Trentini.
Il colloquio durò trentacinque minuti, videoregistrato dall’inizio alla fine dalle autorità venezuelane. Nessun vetro divisorio, nessuna barriera. Trentini si era preparato con cura: sapeva dell’incontro dal giorno prima, si era presentato sbarbato, un po’ dimagrito ma in salute, con una divisa celeste pulita e un paio di occhiali non suoi. «Non sono della gradazione giusta, qui dentro mi sono dovuto arrangiare», aveva spiegato. Lui, che normalmente porta le lenti a contatto.
Quarantasei anni, compiuti in cella lo scorso 10 agosto, Alberto è il ritratto del cooperante serio e silenzioso. Laureato in Storia a Ca’ Foscari, servizio civile alle spalle, una specializzazione a Liverpool come assistente umanitario e un master a Leeds sulla sanificazione dell’acqua. Poi il lavoro sul campo: Perù, Ecuador, Paraguay, Bosnia, Etiopia, Nepal, Grecia, Libano. Fino all’ultimo incarico con la ong francese Humanity and Inclusion, premio Nobel per la Pace nel 1997, impegnata nell’assistenza alle persone con disabilità.
Era arrivato in Venezuela nell’ottobre 2024. Pochi giorni dopo, il 15 novembre, l’arresto a un posto di blocco mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito per una missione. Nessuna accusa chiara. Solo il silenzio.
In questi mesi l’ambasciatore De Vito ha ripetuto lo stesso concetto alle autorità locali: «Alberto è un ragazzo che non ha mai fatto del male a nessuno. Semmai ha sempre fatto del bene agli altri».
Un ragazzo sensibile, legatissimo ai genitori Armanda ed Ezio, più preoccupato per loro che per se stesso. Quando gli fu concessa la prima telefonata da El Rodeo 1, pensò di ricordare alla madre che l’auto di famiglia era senza revisione: meglio non circolare per evitare multe. E in una lettera consegnata all’ambasciatore prima dei saluti, si raccomandava con lei di fare la ricarica al telefonino, per non perdere l’occasione di sentire ancora la loro voce.
Ora quella voce potrà ascoltarla senza sbarre, senza guardie, senza attese. E quel Listòn evocato in dialetto non è più solo un augurio: è il primo passo verso il ritorno alla vita.
