Una scossa senza precedenti scuote l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Guido Scorza, membro del Collegio dal 2020, ha rassegnato oggi le proprie dimissioni. La sua scelta, annunciata su Instagram con la promessa di un video esplicativo, arriva nel pieno di una bufera giudiziaria che coinvolge l’intera governance dell’organismo di vigilanza: assieme a lui, infatti, sono indagati per i reati di peculato e corruzione anche il presidente Pasquale Stanzione, la vicepresidente Ginevra Cerrina Feroni e il componente Agostino Ghiglia.

Il passo indietro e l’appello ai colleghi

“Ho deciso di fare un passo indietro nell’interesse del Garante della Privacy”, ha scritto Scorza. Con questa mossa, il componente rompe la linea di resistenza tenuta finora dal vertice dell’Autorità, che aveva sempre escluso l’ipotesi di dimissioni collettive. Non solo: Scorza ha lanciato un esplicito appello agli altri tre colleghi affinché seguano il suo esempio, definendo il gesto un atto di “responsabilità” necessario per permettere all’istituzione di “ripartire” con una guida “al di sopra di ogni sospetto”.

L’inchiesta della Procura di Roma e le accuse

Le indagini della Procura di Roma, coordinate dalla procuratrice aggiunta Francesca Loy, sono partite anche a seguito di inchieste giornalistiche, come quelle della trasmissione Report. Il nucleo delle accuse riguarda una presunta gestione opaca e sperperosa dei fondi pubblici dell’Autorità. Nello specifico, i magistrati stanno esaminando:

  • Le spese di rappresentanza: I costi istituzionali per rimborsi di viaggi in business class, soggiorni in hotel di lusso e cene sarebbero lievitati da circa 850.000 euro nel 2021 a oltre 1,2 milioni nel 2024.
  • I conflitti di interesse: Sono sotto la lente d’ingrandimento i rapporti professionali e le consulenze tra i componenti del Collegio e studi legali o aziende private. Un caso citato è quello della mancata sanzionatoria a Meta per gli smart glasses con telecamera.
  • La gestione interna: L’inchiesta esamina anche presunti tentativi di monitoraggio illecito dei dipendenti e accessi abusivi ai sistemi informatici dell’Autorità.

Le difese di Scorza e la “cena da 622 euro”

Fino a poche ore prima delle dimissioni, Scorza aveva mantenuto una linea difensiva pubblica. In un’intervista rilasciata a Repubblica e in dichiarazioni ad altri quotidiani, aveva sottolineato la sua volontà iniziale di restare in carica, per “rispetto della magistratura” e fiducia nella propria estraneità.

Aveva anche provato a ridimensionare le accuse, sostenendo che nel decreto di perquisizione fossero diffuse “cifre sbagliate”. “Quello è il costo dei rimborsi dell’intera Autorità che è stato attribuito a quattro soggetti”, aveva affermato. Parlando della sua posizione personale, aveva precisato: “Scorza è stato indagato per aver pagato con la carta di credito dell’Autorità la cena a 6-7 rappresentanti di altre Authority, che erano venuti a Roma per un convegno”. Una spesa, aveva specificato, che “ammontava a 622 euro”. Infine, aveva fatto notare di non usufruire nemmeno del plafond per le trasferte, essendo residente a Roma.

Le ripercussioni istituzionali

Le dimissioni di Scorza pongono ora una questione di tenuta e credibilità per un’Autorità indipendente cruciale per i diritti digitali dei cittadini italiani. L’invito a dimettersi rivolto al resto del Collegio apre uno scenario di potenziale crisi istituzionale, con la possibilità di un ricambio completo della guida. La palla passa ora al Parlamento, che dovrà avviare le procedure per la nomina dei nuovi componenti, e agli altri membri del Collegio, chiamati a decidere se seguire la strada tracciata da Scorza o resistere in attesa degli sviluppi giudiziari. L’Autorità si trova ora nel suo momento più delicato dalla sua istituzione.

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