Per una volta, il divieto di “non toccare” cade per lasciare spazio a un’esperienza sensoriale senza precedenti. Martedì 17 marzo 2026, la Cappella Sansevero di Napoli aprirà le sue porte a 80 visitatori non vedenti e ipovedenti per l’iniziativa “La meraviglia a portata di mano”. Un evento straordinario che permetterà di esplorare tattilmente il celebre Cristo Velato, insieme ai bassorilievi della Pudicizia e del Disinganno, superando la barriera visiva per giungere al cuore dell’opera di Giuseppe Sanmartino.
La vera rivoluzione del progetto risiede nelle guide: a condurre il tour saranno infatti operatori anch’essi non vedenti, attualmente impegnati in un percorso di formazione specifica. “Il velo di Sanmartino è inspiegabile per chiunque”, racconta Chiara Locovardi, una delle future guide. “Ma al tocco, avvertire le vene che sembrano pulsare sotto quel marmo sottile è un’esperienza travolgente che va trasmessa con cura millimetrica”.
Il Museo, che accoglie mediamente 2.000 persone al giorno, per questa occasione si trasformerà in un laboratorio di accessibilità. Oltre alla guida personale per ogni visitatore, sarà fornita una brochure in Braille. Come sottolineato dalla presidente del Museo, Maria Alessandra Masucci, l’obiettivo è normalizzare la diversità: “L’accessibilità significa mettere a disposizione strumenti adeguati alle necessità di ciascuno, perché ogni visitatore è unico”.
Giuseppe Ambrosino, presidente dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Napoli, ha accolto l’iniziativa come un grande passo avanti: “Poter avere un contatto fisico con l’opera permette di percepire la volontà dello scultore in una dimensione tridimensionale reale, superando le descrizioni tecnologiche”. Visto il successo della proposta, la direzione del Museo sta già valutando di rendere questo appuntamento un evento fisso a cadenza annuale.
L’esplorazione tattile, guidata dall’esperta Roberta Meomartini, seguirà una metodologia precisa: prima l’identificazione spaziale, poi la scoperta millimetrica delle forme, con una o due mani, per permettere al patrimonio di Napoli di “parlare” attraverso il tatto, il senso che più di ogni altro può restituire la consistenza del genio barocco.

